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Nazionale

Lotta partigiana ed estremismo anni Settanta: ecco il volto oscuro di “Italia in Piazza”

L’organizzazione ora prende le distanze dai gruppi violenti e da quelli che si stanno formando dopo il 17 ottobre ma nelle chat si parla di violenza come strumento per il cambiamento politico

La violenza non è più una conseguenza delle manifestazioni, ma un metodo da rivendicare, discutere e organizzare. Una violenza che corre sui social, rimbalza nelle chat Telegram, si alimenta attraverso gruppi chiusi e trova una giustificazione politica nei riferimenti alla lotta partigiana e all’estremismo militante degli anni Settanta. È il volto più inquietante della galassia di «Italia in piazza», il movimento che ha contribuito a mobilitare le piazze contro il carovita, poi trasformatesi in teatro di devastazioni, assalti ai negozi e scontri a Milano. E nelle conversazioni di alcuni partecipanti emerge che la violenza viene vista come possibile strumento di cambiamento politico. Fino a evocare organizzazioni militanti del passato. Il fenomeno che emerge dalle mobilitazioni degli ultimi giorni è quello di una protesta che si organizza attraverso una rete digitale, senza esporre una struttura dirigente riconoscibile. Le convocazioni viaggiano su TikTok, vengono rilanciate nei gruppi Telegram e alimentano un passaparola capace di portare in strada centinaia di persone. Un sistema che rende più difficile individuare chi abbia effettivamente il controllo delle piazze e soprattutto distinguere gli organizzatori dalle frange intenzionate a provocare disordini.

Ora dal Movimento Italia in Piazza, che ci tiene a mantenere una facciata apartitica, prendono le distanze dai gruppi satelliti che si stanno organizzando e creando dopo le violenze del weekend: “Come già detto, noi non siamo un movimento o un partito politico. Italia in Piazza è nata spontaneamente e autonomamente come rete di coordinamento per le proteste in Italia: siamo uno strumento che permette alle persone che vivono l’Italia di far sentire la propria voce da nord a sud”. Qualcosa dev’essere andato storto, però, tra sabato e domenica, perché Quanto visto a Milano, così come in altre città, è un’altra cosa.

Nei manifesti viene annunciato un nuovo appuntamento per il 24 ottobre, destinato a ripetersi ogni sabato, con lo slogan «Finché il cambiamento avverrà di sicuro». Il direttivo di «Italia in piazza» ha ufficialmente condannato le violenze. Ma basta leggere alcune conversazioni nelle chat del movimento per scoprire che non tutti condividono questa posizione. «Marx richiedeva una rivoluzione violenta poiché lo riteneva l’unico modo di rovesciare lo Stato borghese, l’idea di pacifismo sarebbe funzionata solo dopo in una società già affermatasi come socialista», scrive un partecipante. La violenza è uno strumento politico, una fase necessaria per arrivare al cambiamento. E c’è persino chi guarda ai saccheggi come a un’occasione di guadagno personale: «Sinceramente per Rolex ci faccio un pensierino anche io: una cosa che vale tanto e facile da ricettare. Mi faccio 3 stipendi di quello che prendo in 3 minuti». Poi le conversazioni che richiamano la lotta armata e l’antifascismo militante: «Anche i partigiani andavano a sparare senza sapere niente di politica, poi è arrivato il CNL», scrive un utente che si presenta come «I am Steve».

Prima l’azione violenta, poi la costruzione di una struttura politica capace di darle una direzione. Un ribaltamento che trasforma la violenza da eventuale degenerazione della protesta a possibile punto di partenza dell’organizzazione. E non è l’unico riferimento. Nelle stesse conversazioni compare anche la Banda Bellini, formazione dell’antifascismo militante e della sinistra extraparlamentare attiva a Milano negli anni Settanta. «Insomma viva la banda Bellini», scrive un partecipante che utilizza il nome «Giulio Andreotti». «Loro erano belli strutturati eh», risponde un altro utente, identificato come «ba19». «Sisi no era per dire», replica il primo, aggiungendo poco dopo: «Il livello di gasing è quello». Si evocano anche i precedenti storici di gruppi militanti organizzati. L’impressione è che la situazione sia sfuggita di mano, che siano state accese le braci senza sapere come gestirle e che ora ci siano frange fuori controllo che sfruttano la situazione per perseguire un unico obiettivo: distruggere e devastare, creare il caos per gettare l’Italia nel disordine. Che è quel che si tenta di fare da anni con le manifestazioni di piazza che, però, almeno nel nostro Paese non erano mai arrivate a tanto. In Francia si ipotizza senza troppi giri di parole una regia politica dietro gli scontri, in Italia ancora bisogna inquadrare la situazione.

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