Chi si aspettava da Roberto Speranza un mea culpa sulla pandemia resta deluso sin dal mattino, quando parla a braccio ma le agenzie già sanno cosa dirà. Finisce quasi alle 21 l’audizione fiume in commissione Covid, che si accende quando la capogruppo Fdi Alice Buonguerrieri lo accusa di aver irriso un danneggiato dal virus in sedia a rotelle. «Il mio governo ha stanziato 150 milioni per i danni», si difende Speranza, che più volte svicola dalle domande e interrompe i commissari «così non fate i video sui social». Scoppia la bagarre, seduta sospesa. Alla ripresa la Pd Ylenia Zambito è assolutoria, «il ministro non ha responsabilità». Sulle chiusure e sulle pressioni ministeriali sui vaccini a minori e giovani nonostante effetti avversi taciuti - lo dice in un video Cts Francesco Locatelli - è di nuovo scontro. «Su Astrazeneca non cambiate idee», fu il suo mantra prima che la povera Camilla Canepa ne morisse in Liguria. L’ex ministro se la prende con i tecnici, ammette che che i vaccini non bloccavano il contagio e che il green pass era un obbligo surrettizio, l’opposizione è costretta a un teatrino di domande concordate per lasciarlo a recitare la solita litania: «Ho seguito la scienza».
Per Speranza «aggiornare il Piano pandemico non era obbligatorio», lo contraddicono gli scienziati Cts e le norme Ue dal 2013, come gli ricorda Galeazzo Bignami (Fdi), non verrà applicato perché i dirigenti del ministero avevano mentito sull’aggiornamento nelle autovalutazioni a Ue e Oms. «A gennaio il virus sembrava lontano», sibila Speranza, solo dopo «ci siamo dotati di un altro Piano, come altri Paesi», scegliendo però misure random dal quello del 2006, di fatto ammettendo che era valido. Intanto il virus mieteva vittime nella Bergamasca, sarebbe bastato l’isolamento di pazienti sospetti dalla Cina (come prevedeva il Piano del 2006), ma «per l’Iss il 7 febbraio non c’erano casi» solo perché le procedure Oms per cercarli erano sbagliate, tanto che l’anestesista Annalisa Malara a Codogno per trovare il «paziente Zero» le violò, mentre i due cinesi allo Spallanzani il 29 gennaio vennero sottovalutati come «casi d’importazione» e non potenziali cluster. Perché il 2 marzo Giuseppe Conte non chiuse Alzano e Nembro come chiedeva Silvio Brusaferro? gli chiede Antonella Zedda (Fdi). Speranza si ingarbuglia sulle date, dice che il Cts non aveva elementi, arriveranno solo il 5 marzo con la relazione dello stesso Brusaferro, troppo tardi. Il 6 marzo si deciderà il lockdown nazionale dell’8, in una riunione «carbonara» tra Cts e Conte di cui manca il verbale. Poi sibila: «La Zona rossa poteva farla la Lombardia, io sono stato archiviato».
Quanto alle circolari sulla terapia domiciliare «su cui il Consiglio di Stato mi ha dato ragione», Speranza nega che le ricerche del tempo dicessero il contrario, come gli ricordano Claudio Borghi e Lucio Malan, lui contesta la definizione «tachipirina e vigile attesa», a suo dire «uno slogan becero dei No Vax che mi hanno minacciato» ma che per lo stesso Palù - unico virologo in Aifa e nel Cts - era «una cazz...». Sulle monoclonali Usa gratis promesse dalla Eli Lilly e ricomprate a peso d’oro mesi dopo Speranza fa spallucce («li avrei prese subito ma era una proposta commerciale, lo dice Aifa»), in realtà in mezzo c’era un progetto concorrente di Tls a Siena per un monoclonale made in Italy che non arriverà mai. Una inerzia che inciderà sulla mortalità altissima tra le due ondate. Ma su questo Speranza tace, dimostrando che la verità sul Covid fa così male che è meglio nasconderla.
