Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 06:17
Personaggi

Stare accanto a Sgarbi malato e scoprire così un mondo

La sua ripresa procede con un tempo che sfida la nostra impazienza: un giorno lo vedo più forte, un altro avverto la sua fatica. quello successivo più affaticato

sgarbi colle
Vittorio Sgarbi con la compagna Sabrina Colle, alla serata di raccolta fondi MAXXI Acquisition Gala Dinner 2022 a Roma, 14 novembre 2022. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

In ospedale o in clinica si entra a far parte di una comunità: non ci sono solo le vite proprie, ci sono anche quelle degli altri, si condividono situazioni simili che aiutano a capire che in questo mondo siamo tutti nella stessa barca. Un giorno, fuori dalla Rianimazione, c’era una giovane donna che piangeva mentre allattava il suo bambino, stretto tra le braccia. Suo marito era dentro e aveva bisogno di cure di emergenza; nel corridoio, invece, suo figlio aveva bisogno del latte. La donna era quindi coinvolta in entrambe le vite: madre amorevole e premurosa, moglie devota ma atterrita. Ieri, non vedendola più in corsia insieme al suo piccolo, ho temuto il peggio.Ho chiesto, preoccupata, informazioni: era stato trasferito, aveva lasciato la terapia intensiva. Finalmente, per quella famiglia a me diventata sacra, cominciavano giorni diversi. E quando arriva una buona notizia, il sollievo raggiunge anche chi si trova lì per accudire qualcun altro, come me che sono, ora, davanti al letto di Vittorio che dorme. La sua ripresa procede con un tempo che sfida la nostra impazienza: un giorno lo vedo più forte, un altro avverto la sua fatica. quello successivo più affaticato. A volte ci rimango un po’ male, dopo una giornata buona vorrei che stesse sempre meglio, ma devo imparare a non pretendere che ogni giorno superi il precedente. Sarebbe crudele da parte mia non giustificare la sua stanchezza, non considerare il fatto che la terapia è stata pesante e di conseguenza il corpo ha bisogno di tempo per recuperare.Io, che per anni ho cercato di tenere il passo della sua irrequietezza, adesso ritrovo la gioia nelle poche parole che riesce a sussurrarmi e mi sono accorta di quanto mi confortino le cose più semplici: uno sguardo intenso, una carezza... Nel corso della settimana, mentre le sue condizioni ci incoraggiavano, mi sono concessa un paio d’ore con Andrée Ruth Shammah, formidabile factotum del Teatro Franco Parenti di Milano. In questi due anni difficili mi è stata vicina con un affetto del quale le sono profondamente grata. Era venuta a Roma per la proiezione, alla Festa del Cinema di L’ultimo abbraccio, il documentario di Michele Mally legato al suo fortunato spettacolo Chi come me. È stato importante vedere quel documentario, ruotante attorno alla vicenda di cinque adolescenti, reclusi in un centro di salute mentale, che affrontano le loro fragilità attraverso il percorso di creazione di una pièce teatrale. Non ho potuto vedere nessuna delle trecento repliche dello spettacolo di Andrée, ma dal documentario è lampante l’importanza della sua regia. Andrée Shammah ricompone le sofferenze di quelle anime travagliate in una solidarietà davvero sentita che potrebbe, un giorno, stabilirsi costantemente tra gli esseri umani. Sono certa che questo sia il sentimento che la mia amica auspica per il futuro della nostra società. Per un po’ di tempo ho potuto allentare la tensione e lasciare spazio ad altri pensieri, ma terminata la visione del documentario, volevo solo correre da Vittorio. Sono arrivata al Gemelli e mi siedo accanto a lui in un silenzio che non crea disagio, i nostri pensieri riescono a parlarsi seguendo le medesime strade?

Commenti