Forte nell’industria, carente nella cybersicurezza. Il settore del controllo dei dati e dei software è un ambito nel quale il nostro Paese è ancora molto dipendente dagli Stati Uniti. «La nostra industria è in grado di costruire buoni elicotteri, aerei, navi e sottomarini. Ma c’è una grossa dipendenza dagli Usa nella parte informatica e nell’AI», spiega al Giornale Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto Affari Internazionali. Il cyberspazio è stato riconosciuto nel 2016 come uno dei domini in cui si svolgono i conflitti. Secondo l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, nei primi nove mesi del 2026 gli eventi cyber rilevanti in Italia sono stati 3.271. In tutto il 2025 se ne erano registrati 2.729. Non a caso il ministro della Difesa Guido Crosetto ha recentemente presentato un provvedimento per il rafforzamento della cybersicurezza militare per potenziare la capacità delle Forze armate nel prevenire e contrastare gli attacchi informatici, anche attraverso l’introduzione dello specialista Cyber Militare, una nuova figura professionale dedicata alla sicurezza informatica. Il disegno di legge prevede misure per contrastare le minacce ibride, in grado di combinare e altre forme di aggressione, come sabotaggi a infrastrutture, spionaggio o campagne di disinformazione.
«Le armi e i mezzi militari servono per muoversi e colpire, ma sono i software e i sistemi informatici a raccogliere, elaborare e trasmettere le informazioni necessarie per coordinare le operazioni», spiega Marrone. È attraverso queste tecnologie che un aereo può condividere informazioni con una nave, un radar può individuare una minaccia e un comando militare può decidere come intervenire.
Sistemi che devono essere protetti da attacchi informatici capaci di compromettere comunicazioni e operazioni militari.
La dipendenza tecnologica riguarda l’intera Alleanza Atlantica. «Non bisogna pensare soltanto al sistema nervoso nazionale, ma a quello della Nato, che fa comunicare le forze armate di 32 Paesi», precisa. Una rete che utilizza sistemi di comunicazione, scambio dati e crittografia in larga parte di origine statunitense.
A pesare è anche il crescente impiego dell’AI nelle operazioni militari, che rischia di rafforzare la dipendenza dal Paese a stelle e strisce.
«Le aziende italiane sono pienamente in grado di recuperare il gap», conclude Marrone, ma per farlo hanno bisogno di contratti pluriennali e finanziamenti certi, necessari per investire in nuove tecnologie, impianti e personale qualificato.
