La politica è più difficile della fisica. Ma se a dirlo è Albert Einstein, non è una citazione ma deve diventare una fissazione: è un allarme che nasce già dai visionari del Novecento, più che mai attuale come poi fu la sua teoria della relatività.
Gli atomi obbediscono alle leggi, per quanto complesse, cosa che non fanno i potenti, abituati a riscriverle a proprio vantaggio o a dimenticarne l’esistenza. E oggi l’Occidente è il laboratorio dove si sperimenta la fine delle regole. Di quelle finora conosciute. È per capire se siamo ancora capaci di governare questa trasformazione che il Giornale e Moneta, il suo settimanale economico, riuniscono politica, imprese, servizi, banche italiane e internazionali. Non per celebrare il capitalismo, ma per porgli la domanda più scomoda: sa ancora produrre libertà e distribuire benessere?
Per anni l’Europa ha predicato la società giusta e costruito quella sbagliata.
La sinistra, persuasa che la storia le avesse intestato la vittoria per diritto ereditario, ha scambiato il mercato per un bancomat ideologico e i valori liberali per un arredamento da salotto. Intanto altri scrivevano le regole: prima la Cina e ora le guerre con i ricatti energetici e le piazze eterodirette riempite di criminali coccolati. L’Italia, con il governo di Giorgia Meloni, ha tenuto una rotta dritta e difficile e spinto l’Europa a cambiare direzione su temi che sembravano inamovibili come il Green deal e le politiche migratorie, mentre il «campo largo» continua a misurare la propria ampiezza in insulti e ossessione per il no, anziché in idee e confronto. Legittimo ma comodo. Soprattutto se al fianco di forze anti occidentali e illiberali come l’islamismo radicale. Il capitalismo occidentale si salva solo se torna a distribuire la ricchezza che produce senza svendere la libertà. Se la politica rinuncia a dare regole al capitale, sarà il capitale a darle alla democrazia. E allora non perderemo soltanto il mercato. Perderemo l’Occidente.
