La stagione della prudenza commerciale è finita per l’Europa. Questa volta è la Germania a mettersi in prima fila per chiedere di alzare un muro protettivo contro l’ondata di merci cinesi a basso costo, estendendo la linea dura non solo alle auto elettriche, ma anche alla chimica e alla farmaceutica. Un cambio di passo epocale per Berlino, che inizia a sentire il peso di un deficit record con la Cina.
Così, in vista del vertice dei leader Ue a Bruxelles di oggi, la Germania si appresta a esercitare forti pressioni sulla Commissione europea, dicendo addio alla storica cautela tedesca. L’obiettivo è replicare il modello di salvaguardia già concordato per i veicoli ibridi cinesi - con il limite fissato a 350.000 unità - per frenare un deficit commerciale Ue record che nel solo mese di settembre ha toccato i 34,8 miliardi di dollari.
Il cancelliere Friedrich Merz ha accusato la Cina di mantenere lo yuan «artificialmente» debole e di danneggiare il mercato con ingenti sussidi statali, sovraccapacità produttiva e politiche di prezzo aggressive. «Non resteremo più a guardare. Chiunque cerchi di innescare un conflitto commerciale con noi scoprirà che ora stiamo reagendo», ha avvertito Merz.
La mossa non è passata inosservata sui mercati finanziari europei, con rialzi significativi per i principali titoli chimici come Basf (+1,5%), Arkema (+1,6%) e Lanxess (+2,9%).
L’iniziativa si inserisce in una più ampia convergenza strategica tra Germania e Francia. Merz e il presidente Emmanuel Macron punteranno infatti ad accordi politici sia per rafforzare gli strumenti di difesa commerciale dell’Ue, sia per sostenere il settore dell’auto, che si trova in profonda difficoltà. È la Francia ad aver fatto un passo verso Berlino, accettando un piano di graduale eliminazione dei motori a combustione interna, mentre la Germania ammorbidirebbe le proprie riserve sulle clausole di preferenza comunitaria del «Buy European». Come evidenziato dal commissario Valdis Dombrovskis, la risposta europea serve a riequilibrare un’asimmetria che va ben oltre l’automotive, mentre la Cina continua a viaggiare verso un surplus commerciale record, oltre i 1.200 miliardi.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, intanto, le tensioni geopolitici continuano a impattare sui prezzi. Negli Stati Uniti l’inflazione di settembre è balzata al 3,7% su base annua (dal 3,4% di agosto), superando le stime degli analisti e, spinta dal rincaro dei carburanti innescato dalla guerra in Iran. Il dato acuisce la pressione sulle famiglie - con salari reali in calo per il sesto mese consecutivo - e riaccende lo scontro politico in vista delle elezioni di medio termine. Sui mercati obbligazionari l’effetto è stato immediato: le scommesse su un nuovo rialzo dei tassi da parte della Fed hanno spinto in alto i rendimenti dei Treasury, con il titolo a 10 anni salito al 5,32%.
