Il buon senso della democrazia funzionante consiste nello statuire con la scelta pubblica ciò che fino a quel momento era sommerso dalle chiacchiere. In Israele il risultato elettorale non ha potuto che entrare in sincronismo coi fatti. Chi se l’aspettava, dipende forse dal fatto che qui i fatti sono uno schiaffo quotidiano: sei costretto a prenderli in considerazione. Il fronte del cambiamento ce l’ha messa tutta per distruggere Netanyahu, in Italia accadde con Berlusconi: carachter assassination. È stato fatto con passione: all’alba del voto di fronte a tutti seggi dei giovani stile Hashomer Hatzair, la giovane guardia degli scout socialisti, affiancandoti in due ti spiegavano che Netanyahu deve proprio andare a casa; il picconamento non ha tralasciato per mesi il premier: le responsabilità del 7 ottobre, i rapiti, il processo, la famiglia. Eppure dopo lo spoglio dell’85% delle schede, il blocco del Likud, primo partito, ha 53 seggi; Eisenkot ne conta 48.
Le due parti non sono tanto distanti, ma Bibi è più forte. Non ha la maggioranza, ma suoi 19 anni da primo ministro scavalcano il biasimo populista estesosi all’estero nella giaculatoria antisemita («io non sono contro Israele, ma Netanyahu...») e lo compensano per aver tenuto duro nel creare la strategia della difesa vincente «con le unghie e coi denti» di un piccolo popolo assediato, per aver stabilizzato e fatto crescere l’economia facendo di Israele la start up nation, per aver osato attaccare l’Iran e combattendo su sette fronti, tenuto in piedi un Paese sfasciato da una sorpresa e un dolore inenarrabile, guardando negli occhi con disprezzo le calunnie su colonialismo e genocidio. Bibi dopo il 7 ottobre ha aperto a un governo di coalizione con Eisenkot e Gantz. Qualcuno se lo ricorda? Di certo il presidente della Repubblica Herzog, che adesso deve cercare di evitare nuove elezioni. I due contendenti per ora esclamano la loro vittoria. Ma la sinistra deve subito dichiarare, ora che i due partiti arabi hanno la bellezza di 19 seggi, se vogliono tener fede alla promessa di non formare un governo con chi ha come inno Baladi baladi e rifiuta di definire Hamas terrorista. Siamo troppo vicino al 7 ottobre, è difficile immaginare che Eisenkot, il cui figlio Gal, 25 anni, è stato ucciso a Jabalia il 7 dicembre 2023, possa stringere un’alleanza così controversa. Altri leader della sinistra hanno simili problemi, nessuno di loro ignora che la guerra è ancora qui, che l’Iran non abbandona il progetto atomico, che Netanyahu è tuttora un custode della sicurezza nazionale. Trump l’ha sostenuto in nome dell’alleanza con cui distruggeranno il regime iraniano, e certo come Herzog, sarebbe più propenso per gli scopi comuni a un governo di coalizione di sostanza. Netanyahu potrebbe desiderare mani libere nei prossimi due anni per finire il lavoro e un governo di coalizione a rotazione potrebbe essere ideale. In queste ore ciascuno dei due leader dichiara la sua piena vittoria ma sa che non è così... O la sinistra abbandona il motto «mai con Bibi» e l’alleanza con gli arabi e Bibi offre la coalizione senza Ben Gvir, o si va a elezioni anticipate. Il pubblico che è andato a votare per l’80% non capirebbe. Bibi deve consegnare il suo numero di telefono a Eisenkot, gli serve una rotazione di due anni per finire il lavoro con l’Iran e Hamas. Poi, si vedrà. Per ora respira, si gode la conferma, l’apprezzamento. Forse anche il mondo comincerà adesso a capire chi è Bibi?
