Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 12:17
Politica estera

Bibi risorge e lotta. Critiche e calunnie non hanno scalfito “Mister Sicurezza”

Il blocco del premier strappa 53 seggi contro i 48 del rivale. L’opposizione non è riuscita a distruggerlo

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu waves to supporters at Likud party headquarters in Jerusalem following the release of the first exit poll results in Israel's general election, Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/David Goldman)

Il buon senso della democrazia funzionante consiste nello statuire con la scelta pubblica ciò che fino a quel momento era sommerso dalle chiacchiere. In Israele il risultato elettorale non ha potuto che entrare in sincronismo coi fatti. Chi se l’aspettava, dipende forse dal fatto che qui i fatti sono uno schiaffo quotidiano: sei costretto a prenderli in considerazione. Il fronte del cambiamento ce l’ha messa tutta per distruggere Netanyahu, in Italia accadde con Berlusconi: carachter assassination. È stato fatto con passione: all’alba del voto di fronte a tutti seggi dei giovani stile Hashomer Hatzair, la giovane guardia degli scout socialisti, affiancandoti in due ti spiegavano che Netanyahu deve proprio andare a casa; il picconamento non ha tralasciato per mesi il premier: le responsabilità del 7 ottobre, i rapiti, il processo, la famiglia. Eppure dopo lo spoglio dell’85% delle schede, il blocco del Likud, primo partito, ha 53 seggi; Eisenkot ne conta 48.

Le due parti non sono tanto distanti, ma Bibi è più forte. Non ha la maggioranza, ma suoi 19 anni da primo ministro scavalcano il biasimo populista estesosi all’estero nella giaculatoria antisemita («io non sono contro Israele, ma Netanyahu...») e lo compensano per aver tenuto duro nel creare la strategia della difesa vincente «con le unghie e coi denti» di un piccolo popolo assediato, per aver stabilizzato e fatto crescere l’economia facendo di Israele la start up nation, per aver osato attaccare l’Iran e combattendo su sette fronti, tenuto in piedi un Paese sfasciato da una sorpresa e un dolore inenarrabile, guardando negli occhi con disprezzo le calunnie su colonialismo e genocidio. Bibi dopo il 7 ottobre ha aperto a un governo di coalizione con Eisenkot e Gantz. Qualcuno se lo ricorda? Di certo il presidente della Repubblica Herzog, che adesso deve cercare di evitare nuove elezioni. I due contendenti per ora esclamano la loro vittoria. Ma la sinistra deve subito dichiarare, ora che i due partiti arabi hanno la bellezza di 19 seggi, se vogliono tener fede alla promessa di non formare un governo con chi ha come inno Baladi baladi e rifiuta di definire Hamas terrorista. Siamo troppo vicino al 7 ottobre, è difficile immaginare che Eisenkot, il cui figlio Gal, 25 anni, è stato ucciso a Jabalia il 7 dicembre 2023, possa stringere un’alleanza così controversa. Altri leader della sinistra hanno simili problemi, nessuno di loro ignora che la guerra è ancora qui, che l’Iran non abbandona il progetto atomico, che Netanyahu è tuttora un custode della sicurezza nazionale. Trump l’ha sostenuto in nome dell’alleanza con cui distruggeranno il regime iraniano, e certo come Herzog, sarebbe più propenso per gli scopi comuni a un governo di coalizione di sostanza. Netanyahu potrebbe desiderare mani libere nei prossimi due anni per finire il lavoro e un governo di coalizione a rotazione potrebbe essere ideale. In queste ore ciascuno dei due leader dichiara la sua piena vittoria ma sa che non è così... O la sinistra abbandona il motto «mai con Bibi» e l’alleanza con gli arabi e Bibi offre la coalizione senza Ben Gvir, o si va a elezioni anticipate. Il pubblico che è andato a votare per l’80% non capirebbe. Bibi deve consegnare il suo numero di telefono a Eisenkot, gli serve una rotazione di due anni per finire il lavoro con l’Iran e Hamas. Poi, si vedrà. Per ora respira, si gode la conferma, l’apprezzamento. Forse anche il mondo comincerà adesso a capire chi è Bibi?

Commenti