Da capo di Stato maggiore a possibile successore di Benjamin Netanyahu. Per Gadi Eisenkot la sfida più difficile lo attende nei corridoi della Knesset dopo che il presidente Isaac Herzog gli ha affidato l’incarico di formare un nuovo esecutivo.
Da figlio di immigrati a capo dell’Esercito
Eisenkot è sceso in campo dopo un lungo cursus honorum militare. Classe 1960, Eisenkot non proviene dalle tradizionali élite ashkenazite che hanno dominato a lungo la politica e i vertici militari israeliani. È figlio di immigrati ebrei marocchini, storicamente meno rappresentati ai vertici dello Stato. Anche la sua carriera militare riflette questa traiettoria sociale.
Dopo una breve esperienza nell’aeronautica, entrò nella Brigata Golani, il gruppo di fanteria considerato più popolare e socialmente eterogenea rispetto alle élite, nelle quali hanno prestato servizio leader come Netanyahu ed Ehud Barak. Da lì è arrivato, nel 2015, al comando dell’intero esercito israeliano.
La svolta politica arriva nel 2022, con l’ingresso nella formazione centrista di Benny Gantz. Due visioni e due profili simili: le loro strade, tuttavia, si separano progressivamente. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, Eisenkot entra insieme a Gantz nel governo di emergenza e nel gabinetto di guerra.
La discesa in campo
La guerra segna anche la sua vita familiare. Nel dicembre 2023 il figlio Gal, resta ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza. Una perdita che ha contribuito a rendere ancora più riconoscibile la sua figura nell’opinione pubblica israeliana, legando la sua esperienza di padre a quella di comandante e rappresentante politico. La separazione da Gantz e la successiva costruzione di Yashar (“retto”, “integro”), sintetizza la sua ambizione.
Il primo banco di prova sarà adesso la tenuta delle alleanze. Il fronte che lo sostiene comprende la formazione B’Yachad di Naftali Bennett e Yair Lapid, Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan. Un crogiuolo che attraversa sensibilità molto diverse, dalla destra nazionalista laica alla sinistra sionista. Il principale collante? Superare Netanyahu. Ma questo potrebbe non bastare.
Il nodo delle alleanze
Il nodo più delicato riguarda Lieberman, contrario sia a un governo di unità con Netanyahu sia a un esecutivo di minoranza sostenuto dai partiti arabi. L’ex ministro della Difesa ha tuttavia lasciato intravedere una possibile apertura alle formazioni ultraortodosse, a condizione che accettino una normativa sul servizio militare dei giovani haredim. Una posizione che potrebbe offrire a Eisenkot un’exit strategy, ma che lo costringerebbe a misurarsi con una patata bollente come l’esenzione dalla leva per gli studenti religiosi.
Sul versante opposto, Golan ha manifestato una maggiore disponibilità a coinvolgere i partiti arabi. Ra’am e la Lista Unita hanno raccomandato Eisenkot al presidente Herzog, ma non hanno assunto un impegno a partecipare al suo governo. Per queste formazioni, l’eventuale collaborazione con un ex comandante dell’esercito israeliano presenta difficoltà politiche profonde, soprattutto per le posizioni sulla guerra a Gaza.
Eisenkot, prima di avviare le consultazioni ha fissato i suoi paletti non negoziabili per chiunque voglia entrare nella sua maggioranza: riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico, adesione ai principi fondativi dello Stato, responsabilità nel servizio nazionale e riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica.
