La democrazia possiede una forza straordinaria: la capacità di correggere se stessa. Di trovare, attraverso il voto, gli anticorpi per difendersi quando il potere diventa troppo grande. È questa, prima della sconfitta di Donald Trump, la lezione delle elezioni americane.
Due anni fa, oltre 77 milioni di americani avevano riportato Trump alla Casa Bianca, sperando in sicurezza, prosperità e autorevolezza internazionale, di fronte a una proposta democratica mediocre e inaffidabile. Oggi una parte di quella stessa America manifesta delusione per promesse tradite.
Una delusione condivisa dal resto del mondo.
All’inizio del mandato, molti Paesi avevano concesso a Trump un’apertura di credito. Inevitabile: gli Stati Uniti restano un interlocutore imprescindibile per Europa e Italia. Con qualsiasi presidente americano occorre dialogare. È responsabilità, non appartenenza ideologica. Lo ha fatto Giorgia Meloni, come prima Giuseppe Conte.
Ma quella disponibilità è diventata disincanto. Dazi, imprevedibilità, atteggiamenti scostanti verso gli alleati e oscillazioni diplomatiche hanno incrinato la fiducia.
Sarebbe però provincialismo leggere il successo democratico americano attraverso le categorie politiche italiane.
Gli americani hanno votato da americani. Hanno giudicato costo della vita, sicurezza, guerre, futuro delle famiglie. E attraverso le urne hanno ridisegnato gli equilibri del potere.
Il rafforzamento democratico restituisce centralità ai contrappesi istituzionali. Non significa bocciare ogni scelta conservatrice, ma ricordare che nessun mandato elettorale è una delega illimitata.
Qui risiede la grandezza della democrazia. Come in Israele, pur tra contraddizioni, voto e confronto consentono di correggere il potere. Una possibilità negata nei regimi autoritari di Russia, Cina, Corea del Nord, Iran e di molti Paesi arabi.
I nuovi equilibri potrebbero produrre una paralizzante guerra di veti. Il mio augurio è invece che prevalgano mediazione, accordi e diplomazia tra Congresso e Casa Bianca, con benefici per America, Europa e Italia.
Perché dalle urne arriva un messaggio più importante della vittoria di una parte: il potere appartiene ai cittadini attraverso il voto, non a chi temporaneamente lo esercita. E nemmeno alle piazze, siano esse luoghi di protesta o teatro di devastazioni e saccheggi.
Quando rischiamo di dimenticarlo, sono gli elettori a ricordarcelo.
*presidente Consulta Nazionale Forza Italia, europarlamentare Ppe
