“Stephen Miller è con me sin dall’inizio, è un grande manager. Qualche volta bisogna cambiare”: lo ha detto Donald Trump a proposito del suo nuovo chief of staff. “Susi ha fatto un ottimo lavoro”, ha aggiunto, riferendosi alla fedelissima Susie Wiles. Entusiasta anche il vicepresidente JD Vance che su X scrive: ‘’Sono molto grato a Susie per la sua
amicizia e il suo servizio al presidente e al nostro Paese. Stephen Miller è un patriota straordinario e farà grandi cose. Congratulazioni a lui per la meritata promozione!’’.
La promozione di Miller, uno dei principali artefici della linea dura sull’immigrazione, rappresenta un passaggio significativo al vertice della macchina amministrativa.
Classe 1985, nato a Santa Monica, in California, Miller è cresciuto in una famiglia ebrea in uno degli ambienti politicamente più progressisti degli Stati Uniti. Laureato in Filosofia alla Duke University nel 2007, costruisce la propria carriera negli ambienti della destra repubblicana di Washington. Una prima collaborazione per il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, esponente dell’ala più conservatrice del Gop: è proprio in quell’ambiente che Miller consolida la propria visione, fondata sul controllo delle frontiere, sulla difesa della sovranità nazionale e su un’interpretazione restrittiva delle politiche migratorie.
Il sodalizio con Trump nasce durante la campagna del 2016. Miller entra nella squadra repubblicana come spin doctor, contribuendo a dare forma ad alcuni dei messaggi MAGA. È stato lui il ghost writer del discorso con cui Trump accettò la candidatura alla convention di Cleveland, nel quale la questione del muro al confine con il Messico costituiva un nodo centrale.
Così durante il primo mandato, tra il 2017 e il 2021, Miller diventa uno dei consiglieri più ascoltati del presidente. Sua la frase più celebre del primo discorso di insediamento: Miller fu infatti l’autore di quella “carneficina americana” che Trump denunciò nel giorno dell’insediamento. Il presidente neoeletto impiegò questa espressione per descrivere la condizione di degrado socio-economico che a suo dire la globalizzazione e la deindustrializzazione avevano provocato negli Stati Uniti. Il suo nome si è poi legato al cosiddetto Muslim ban e alla politica di tolleranza zero applicata nel 2018 alla frontiera meridionale.
La sconfitta del 2020 non interrompe il sodalizio. Miller sostiene pubblicamente le accuse di frode elettorale e, nel 2021, fonda America First Legal, organizzazione conservatrice impegnata a contestare attraverso i tribunali le politiche dell’amministrazione dem. Con l’inizio del secondo mandato trumpiano, Miller viene nominato vice capo di gabinetto per le politiche interne e consigliere per la sicurezza nazionale, allineandosi all’impostazione muscolare dell’America First, cavalcando la stretta sulla criminalità.
Per Miller, ora la sfida è molto più audace di quelle affrontate fino a oggi. Il capo di gabinetto è un incarico che richiede capacità di mediazione: proprio quelle qualità che avevano caratterizzato la leadership di Wiles e che Miller dovrà ora dimostrare di possedere, oltre alla fedeltà.
