In Israele il clima prima delle elezioni che si terranno il 27 ottobre è effervescente e nello stesso tempo caotico perché è incerto il risultato che uscirà dalle urne. Chi sarà il prossimo primo ministro? E quale coalizione guiderà il governo? Si fanno già le prime ipotesi e volano le accuse tra i personaggi di rilievo della politica israeliana.
Il leader di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, ha affermato ad esempio che il leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, vorrebbe entrare a far parte di un governo guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu dopo le prossime elezioni. L’accusa giunge a poche settimane dall’accordo – sottoscritto dai due insieme ad altri tre partiti di opposizione – a non attaccarsi a vicenda in vista del voto del 27 ottobre.
Pur non affermando esplicitamente che non si unirà a un governo guidato da Netanyahu, Eisenkot ha affermato che gli israeliani “possono contare” su di lui. Nel suo post sui social, Lieberman ha definito Eisenkot un “Gantz 2”, riferendosi appunto al deputato Benny Gantz, che in passato ha formato per due volte un governo con Netanyahu come primo ministro, dopo essersi candidato contro di lui.
Lieberman ha anche messo in discussione l’esperienza politica di Eisenkot: “La mancanza di esperienza politica di Gadi ricorda un fenomeno già riscontrato in altri capi di stato maggiore passati alla politica. Da Yigal Yadin a Ehud Barak, fino a Benny Gantz: il grado e l’esperienza in ambito militare non possono sostituire l’esperienza politica”.
Secondo Lieberman, l’ex capo di stato maggiore dell’Idf starebbe mantenendo aperta l’ipotesi di un governo di minoranza, utilizzandola come leva per spingere Netanyahu ad accettare un accordo di rotazione che vedrebbe lo stesso Eisenkot ricoprire per primo la carica di primo ministro.
Le strategie dell’opposizione e l’ipotesi di un governo senza Netanyahu
Lieberman ha inoltre esortato i quattro partiti del blocco di opposizione – Yisrael Beiteinu, Yashar, Beyachad e i Democratici – a ottenere una solida maggioranza parlamentare per formare quello che ha definito un governo sionista e liberale. Ha poi dichiarato che non sosterrà «alcun governo di minoranza, nemmeno se concepito come governo di transizione».
«Nei giorni scorsi mi è stato chiesto più volte della possibilità di un governo di unità nazionale», ha scritto Lieberman su X. «La nostra posizione è inequivocabile: formeremo una coalizione composta esclusivamente da partiti sionisti. Il Likud, senza Netanyahu, potrebbe essere un partner importante».
Lieberman ha espresso la convinzione che il blocco di partiti di cui fa parte Yisrael Beiteinu otterrà una solida maggioranza alle elezioni: «Conosco diversi parlamentari del Likud che comprendono la gravità del momento e che, di conseguenza, sarebbero disposti a contribuire al raggiungimento dei numeri necessari per unirsi a una coalizione sionista».
Il mese scorso, i leader dei partiti di opposizione ebraici in Israele si sono incontrati a Tel Aviv, nell’abitazione dell’ex primo ministro Yair Lapid, in quello che è stato descritto come un «incontro di coordinamento», in un contesto in cui i recenti sondaggi mostrano un assottigliarsi del loro vantaggio su Netanyahu. I presenti hanno concordato di rimandare a dopo le elezioni ogni discussione su chi debba guidare il prossimo governo in qualità di primo ministro.
Mansour Abbas, l’ago della bilancia delle elezioni israeliane
Ma il quadro è ancora più complesso. Un nome sta diventando sempre più centrale nella campagna elettorale israeliana, è quello di Mansour Abbas, un parlamentare, ex dentista.
Da mesi, Abbas – leader del partito islamista “Lista Araba Unita”, noto come Raam – è diventato, suo malgrado, protagonista degli spot elettorali di Netanyahu. In questi messaggi, Bibi avverte gli elettori ebrei che, in caso di sua sconfitta, sarebbe proprio Abbas a detenere il vero potere nel prossimo governo: un pericolo interno per Israele e il principale promotore di ciò che molti israeliani di destra temono più di ogni altra cosa: la creazione di uno Stato palestinese, scrive il New York Times.
Abbas potrebbe rivelarsi, dunque, l’ago della bilancia di queste elezioni, un ruolo che ha già ricoperto in passato. Nel sistema multipartitico israeliano, se i leader dell’opposizione non dovessero accettare il sostegno di Abbas, infatti, per loro diventerebbe probabilmente impossibile formare una coalizione abbastanza ampia da riuscire a scalzare Netanyahu dal governo.
Raam, però, fondato nel 1996 da una branca del Movimento Islamico in Israele, che mira a rafforzare l’identità musulmana e a potenziare la minoranza araba nel Paese, è un partito socialmente conservatore, il che lo rende un alleato piuttosto insolito per le formazioni politiche di orientamento liberale.
Abbas ha già contribuito in passato a estromettere Netanyahu. Ora, insieme a un ex comandante della polizia di origine ebraica, Segalovitz, ha unito le forze per tentare di riuscirci di nuovo. Tutto inizia, spiega Abbas, ripristinando “la fiducia nel fatto che arabi ed ebrei possono lavorare insieme per un futuro condiviso”.
La sua collaborazione con Segalovitz potrebbe rappresentare un modello. È la prima volta che un ebreo sionista come Segalovitz ed ex alto dirigente della sicurezza nazionale si candida come figura di primo piano all’interno di un partito a base araba e di estrazione islamista.
L’accordo mira a fare da ponte tra le comunità ebraiche e arabe e a combattere la criminalità nella minoranza araba. E a dare maggiore credibilità ad Abbas tra gli elettori ebrei sebbene alcune sue affermazioni filo palestinesi fanno permanere notevoli dubbi sul suo pedigree.
