Sánchez è un tipo insopportabile e narcisista ma non è uno sprovveduto.
Anzi. Dopo un’estate disastrosa culminata con l’invasione di Ceuta (una vera e propria bomba ad orologeria...) e l’imbarazzante tsunami giudiziario che ha investito i vertici del partito socialista — ministri, dirigenti, moglie e fratello e persino l’intoccabile Zapatero, l’antico suo mentore —, il cinico Pedro gioca ora la carta delle elezioni anticipate.
Un’accelerazione improvvisa e rischiosa ma obbligata. Il callido premier non ha infatti scelta. Proseguire equivaleva ad un suicidio politico meglio perciò silenziare il capitolo immigrazione e puntare sulla drammatizzazione del problema abitativo — in ogni caso una cosa seria: in Spagna mancano almeno mezzo milione di alloggi popolari — per scaricare ogni colpa sulle destre. Il calcolo è semplice, mobilitare la nebulosa ultrà rossa (gli «acampados» che già invadono le principali città), radicalizzare lo scontro appellandosi ai tanti delusi della sinistra più rabbiosa e ai partitini separatisti e spaventare il voto d’opinione moderato, già penalizzato da una delle più strambe leggi elettorali d’Europa.
Funzionerà? Dipende. Se finalmente le due destre iberiche, PP e Vox, sapranno opporre alle acrobazie di Sanchez una campagna elettorale, seria, credibile, senza sconti e senza timidezze (i sondaggi sono assolutamente incoraggianti), la svolta, così attesa dopo otto anni di pasticci socialisti, sarà infine realizzabile.
Dall’altra parte dei Pirenei ad auspicare la fine ingloriosa del modello spagnolo c’è innanzitutto Marine Le Pen, saldamente in testa nella corsa alle prossime presidenziali. Molte cose si muovono in Europa mentre in Germania il mesto Merz è sempre più in difficoltà. Un’altra storia che vi racconteremo.
