«Il tentativo della Studentska lista di proporsi come motore del cambiamento mi ricorda le elezioni vinte una ventina d’anni fa da un movimento guidato, anche allora, dagli studenti. In pochi mesi il governo finì al centro di uno dei più grandi scandali legati alla corruzione. La Serbia perse un milione di posti di lavoro e fece un salto all’indietro nello sviluppo che abbiamo impiegato anni a recuperare. Per questo sono certo che gli elettori non commetteranno lo stesso errore».
Marko Duric, 43 anni, ministro degli Esteri del governo serbo liquida così in questa intervista esclusiva la sfida del movimento studentesco deciso a ribaltare, dopo 14 anni, l’esecutivo che fa capo al presidente Aleksandar Vui. «Grazie ai nostri governi - ricorda Duric - la Serbia ha un’economia tre volte più grande. Il pil s’avvicina ai 100 miliardi di euro l’anno a fronte dei 33 del passato. Abbiamo costruito centinaia di km di autostrade, creato mezzo milione di nuovi posti di lavoro e attiriamo il 65% degli investimenti che arrivano nella regione».
Per gli studenti quegli investimenti sono causa e conseguenza della corruzione.
«Facile a dirsi, ma i fatti parlano chiaro. La Germania è il primo investitore Ue seguita da Austria e Italia. La Cina è presente nel settore metallurgico e minerario. Tutti corrotti?».
La morte di Ratko Mladic è stata seguita da prese di posizioni assai controverse sul ruolo del generale. Lei come la pensa?
«Preferisco concentrarmi sul futuro. La politica punta a garantire la stabilità e gli accordi di Dayton, considera la Republika Srpska un elemento costitutivo della Bosnia Erzegovina. Ma cerchiamo di lavorare al meglio anche con i bosniaci musulmani. Non a caso alle ultime elezioni il presidente Vucic ha vinto due terzi dei voti nelle zone a maggioranza bosniaca».
Lei ha una madre ebrea ed è stato per 10 anni ambasciatore negli Usa. Come si sente quando la accusano di far parte di un governo con posizioni genocide?
«È una questione a cui sono molto sensibile. L’idea che il governo punti a glorificare i crimini di guerra o a sottovalutare la sovranità e l’integrità territoriale di altri Paesi è falsa e oltraggiosa. Il presidente Vucic è andato di persona a rendere omaggio alle vittime di Srebrenica. E nel nostro governo ci sono tre ministri musulmani, due bosniaci e uno albanese».
L’Alto Commissario Ue Kaja Kallas vi intima di assumere «posizioni inequivocabili riguardo la verità storica e i valori europei».
«Rispettiamo tutti i parametri europei e la nostra crescita annua è del 3,8% contro una media dell’Eurozona ferma allo 0,3%. Siamo stufi di venir trattati come la pecora nera, vogliamo essere accolti e trattati come uguali. Qualcuno dovrebbe mettersi nei nostri panni e capire che c’è una differenza nel modo in cui noi percepiamo gli anni ’90. I serbi non sono stati solo criminali, ma anche vittime. Abbiamo avuto decine di migliaia di morti e il più alto numero di profughi».
Ma volete ancora entrare in Europa?
«Assolutamente, ma non vogliamo diventare una Portorico Ue, un Paese non pienamente integrato da cui si pretendono risultati non ancora raggiunti dai membri effettivi».
Parliamo del Kosovo. È perso per sempre o sperate in altri accordi?
«Per i serbi il Kosovo non è solo un territorio, è un’idea, una culla spirituale e morale. La Chiesa Serbo ortodossa indipendente dal 1219 ha sede nel monastero di Pec. Disgraziatamente da quando, negli ultimi 4 anni, il potere è nelle mani del premier kosovaro Adam Kurti assistiamo al tentativo di spazzare via ogni influenza o presenza serba».
Che ruolo svolgono le forze italiane in Kosovo?
«Non troverà un solo serbo che non sia grato agli italiani della Kfor che da decenni difendono le chiese cristiane serbe in Kosovo, il monastero di Decani e altri luoghi sacri. Senza i soldati italiani non so quale sarebbe stato il destino di questi siti Unesco: non proteggono solo i serbi, ma anche il patrimonio dell’umanità».
