«Lana Nusseibeh ha trascorso oltre un decennio ricoprendo ruoli per conto del governo degli Emirati Arabi Uniti, cercando ripetutamente di ripulire l’immagine del Paese in merito al suo ruolo nefasto in Yemen e Sudan, ha presentato Abu Dhabi come un attore umanitario, ignorando o oscurando al contempo le crescenti prove del suo coinvolgimento nell’alimentare abusi», ha dichiarato Bruno Stagno Ugarte di Human Rights Watch. Nusseibeh è ora candidata alla carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite. Ma potrebbe avere dei problemi nel concretizzare le sue ambizioni. Secondo quanto emerso da indagini delle Nazioni Unite, gli Emirati hanno ingaggiato mercenari colombiani per combattere al fianco di un famigerato gruppo paramilitare sudanese, accusato di genocidio. Il rapporto riservato, presentato la scorsa settimana al Consiglio di Sicurezza e ottenuto dal New York Times, descrive nel dettaglio come una società di sicurezza emiratina, strettamente legata al governo, abbia trasferito i mercenari colombiani in Sudan passando attraverso territori controllati da forze vicine agli Emirati in Libia e Somalia. Gli Emirati sono accusati di aver fornito droni, armi e mercenari alle Rapid Support Forces (RSF) – il gruppo paramilitare in questione – alimentando così un conflitto che ha causato centinaia di migliaia di vittime. Le RSF sono guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti. Obiettivo di Abu Dhabi è garantire gli interessi emiratini in un Paese ricco di giacimenti auriferi e situato in una posizione strategica sul Mar Rosso. Anche altri Paesi e aziende hanno alimentato la guerra in Sudan, tra cui Russia, Iran, Turchia e Ucraina, inviando o vendendo armamenti all’esercito sudanese. Tuttavia, nessuno ha avuto un ruolo determinante quanto gli Emirati, che hanno sfruttato le proprie ingenti risorse e le strette alleanze con nazioni come l’Etiopia e il Ciad per sostenere le RSF.
L’attenzione sul ruolo degli Emirati in Sudan si è concentrata sui cosiddetti “Lupi del deserto” (Desert Wolves), un gruppo di mercenari colombiani ingaggiati per combattere al fianco delle RSF. Diverse testate giornalistiche e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato come questi mercenari abbiano pilotato droni, addestrato combattenti e fornito supporto di artiglieria durante il brutale assedio delle RSF alla città sudanese di El Fasher, avvenuto l’anno scorso, uno degli episodi più tragici del conflitto. Durante l’assedio durato circa 18 mesi, il blocco militare imposto dalle RSF ha impedito l’arrivo di cibo e aiuti umanitari, provocando una grave carestia e migliaia di vittime tra la popolazione civile. Secondo i rapporti di organizzazioni come Amnesty International e le Nazioni Unite, la presa della città è stata segnata da esecuzioni sommarie, violenze sessuali di massa, pulizia etnica e bombardamenti indiscriminati, con decine di migliaia di sfollati costretti a fuggire verso aree vicine come Tawila. Secondo il documento dell’Onu di questi giorni, i mercenari colombiani sarebbero stati addestrati in due basi militari ad Abu Dhabi prima di essere inviati in Sudan. I funzionari emiratini hanno opposto una ferma resistenza e, prima che il rapporto potesse essere reso pubblico, questo è stato bloccato in seno al Consiglio di Sicurezza a seguito delle obiezioni del Bahrein. Un alto funzionario dell’Onu e un diplomatico della regione, che hanno parlato a condizione di anonimato, hanno riferito che il Bahrein ha agito su mandato degli Emirati, lo riporta il Nyt. L’ultimo rapporto degli investigatori, trasmesso al Consiglio di Sicurezza, indica che i mercenari sono stati ingaggiati dal Global Security Services Group, una società di sicurezza privata con sede ad Abu Dhabi che intrattiene solidi legami politici, commerciali e familiari con figure di spicco della famiglia reale emiratina.
Le conclusioni dell’ONU giungono dunque in un momento delicato per gli Emirati. Nusseibeh, che per anni ha guidato gli sforzi del Paese per negare qualsiasi coinvolgimento in Sudan, come già detto, è candidata alla carica di Segretario Generale dell’Onu. Ha 48 anni, è di origini palestinesi e si è formata a Cambridge. Ha rappresentato gli Emirati alle Nazioni Unite per oltre un decennio, prima di rientrare in patria nel 2024, dove l’anno scorso è stata nominata ministro per gli Affari Esteri. Questa di Abu Dhabi è una mossa di grande risonanza, pensata per valorizzare l’impegno del Paese mediorientale nell’affermarsi come mediatore globale. Gli Emirati sono passati dall’essere un attore minore sullo scacchiere mondiale a una significativa “media potenza” capace di esercitare un’influenza sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni. Ma torniamo alla biografia di Nusseibeh. Proviene da un’importante famiglia di Gerusalemme, tradizionalmente incaricata di custodire le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro, uno dei luoghi più sacri del cristianesimo. La sua famiglia si è trasferita negli Emirati nel 1967, in seguito alla guerra arabo-israeliana. Suo padre, Zaki Nusseibeh, è diventato un influente consigliere dello sceicco Zayed al-Nahyan, padre fondatore degli Emirati. Tra i suoi maggiori risultati come ambasciatrice all’Onu ha favorito un’accelerazione nell’invio di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra di Israele contro Hamas, scatenata dagli attacchi del gruppo militante il 7 ottobre 2023.
Ma ora Nusseibeh è accusata di aver tentato di negare o sminuire le prove del sostegno fornito dagli Emirati alle RSF, in violazione dell’embargo sulle armi imposto dall’Onu, nonostante il gruppo sia responsabile di innumerevoli atrocità. Un potenziale ostacolo per Nusseibeh è rappresentato dal bilancio degli Emirati in materia di diritti umani che secondo i critici, hanno minato la democrazia e finanziato attori violenti in Sudan, Libia e Yemen. Un candidato necessita del sostegno di Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito, poiché ciascuno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza detiene il potere di veto sulla scelta. Non esistono scadenze precise per la nomina del Segretario Generale. Nusseibeh sarebbe la prima Segretaria generale proveniente da un Paese del Golfo, nonché la prima di fede musulmana. Ma secondo molti analisti è parte integrante della macchina propagandistica che gli Emirati utilizzano per ripulire la propria immagine.
