È una ferita che non ha mai smesso di sanguinare, anche se questo terzo anniversario è il primo in cui gli ostaggi, vivi e morti, sono tutti tornati in patria. È un dolore sordo, che non si è ancora sopito, non si esaurirà, e che gli israeliani non vogliono cancellare: per non dimenticare. Israele ha commemorato il giorno più sanguinoso e il più atroce massacro di ebrei dalla fine della Shoah, a tre anni dal pogrom del 7 ottobre 2023, in cui 1200 israeliani sono stati massacrati e 251 presi in ostaggio da 6mila terroristi di Hamas provenienti da Gaza. Una macelleria. Una mattanza, per lo più di civili inermi, sterminati nelle proprie case, insieme ai loro bambini, trucidati mentre ballavano inneggiando alla vita e alla pace, come al Nova Festival di Reim. Oppure trascinati nell’inferno di Gaza, com’è accaduto agli ostaggi. Tra loro Kfir, appena 9 mesi al momento del rapimento, il fratello Ariel, 4 anni, e la mamma Shiri, brutalmente uccisi durante la prigionia e divenuti il simbolo di quell’orrore indicibile. Il padre Yarden, sopravvissuto al rapimento, mostra tutta la disperazione di chi ha avuto salva la propria vita ma ha perso i pezzi più importanti che la tenevano insieme: «Mi dispiace. Mi dispiace che voi siate lassù e io qui - scrive sui social - Vi amo più di ogni altra cosa al mondo. Sempre. Per sempre».
Israele non dimentica e chiede che il mondo non lo faccia. Le piazze di tantissime città del pianeta rispondono. Dalle 6:29 del mattino, ora in cui cominciò l’invasione, centinaia di commemorazioni si sono svolte in oltre 400 località in Israele, fra cui i kibbutz al confine con la Striscia presi di mira dai terroristi. A mezzogiorno un minuto di silenzio. «Non dimenticheremo e non perdoneremo», dice Dror Ashram, padre della sergente Shay Ashram, uccisa insieme ad altre 15 commilitone nella base di Nahal Oz. «Porteremo a termine la missione: faremo i conti con tutti gli assassini», promette il primo ministro Benjamin Netanyahu, detto Bibi, in una nota in cui parla di «nostalgia per i nostri cari», di «unione» in memoria di tutte le vittime «uccise dai mostri di Hamas». Alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre, le prime dal pogrom, il premier torna ad avverte di un possibile attacco prima del voto, ma garantisce: «Israele risponderà con una forza schiacciante».
Proprio gli estremisti islamici, dal mattino, hanno dimostrato quanto l’allarme sia ancora altissimo per Israele. In un messaggio Hamas ricorda con disgustoso orgoglio quella che definisce «una giornata gloriosa per la storia del nostro popolo», che «non è iniziata il 7 ottobre e i cui capitoli finali non sono ancora stati scritti». Nel celebrare i suoi combattenti, il movimento islamista si fa anche beffa delle Forze Armate israeliane: i miliziani - dicono - «hanno infranto il mito dell’esercito invincibile, forti del sostegno del popolo e del diritto inalienabile di resistere all’occupazione». Il portavoce dell’ala militare di Hamas, Abu Obeida, chiede ai suoi «l’apertura di ulteriori fronti contro Israele».
Non sono mancate neanche proteste contro l’esecutivo. Alcuni manifestanti hanno tinto di rosso la fontana della centralissima Piazza Dizengoff, a Tel Aviv, e si sono radunati anche davanti alle abitazioni dei ministri per contestarli. In molti chiedono una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre. L’ultranazionalista Itamar Ben Gvir, ministro di Netanyahu, si è invece recato al confine con la Cisgiordania, per avvertire: «Non si deve aspettare che il prossimo 7 ottobre arrivi anche qui. Bisogna disarmare l’Autorità Palestinese, depotenziarla e fermare chi minaccia i cittadini israeliani». Poche ore prima è stato il presidente Isaac Herzog a ricordare a tutti che, «nonostante la profonda frattura», le «storie di perdita, sopravvivenza, nostalgia e dolore», c’è anche «una forza senza misura», «persone che si rialzano e ricostruiscono». «Siamo un unico popolo - spiega il capo dello Stato. Questa è la casa di tutti noi. E questa casa, e la nostra storia comune, dobbiamo proteggerle insieme».
