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Politica estera

Scelta identitaria con l’aiuto decisivo della Corte suprema. E Flavio ora trema

Il presidente ha costruito una macchina statale che blinda la sinistra. Sfidante sotto scacco giudiziario

President Luiz Inacio Lula da Silva addresses supporters during a victory rally after winning a fourth term in the presidential runoff on Paulista Avenue in Sao Paulo, Brazil, Sunday, Oct. 25, 2026. (AP Photo/Natacha Pisarenko) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva con il 51,8% contro Flávio Bolsonaro è stata il prodotto di una macchina politica e istituzionale che funziona da anni e che, nel ballottaggio, ha ribaltato uno svantaggio di oltre due milioni di voti in tre settimane.

Il primo pilastro della «remuntada» è stato geografico e materiale. Il Nordest ha dato a Lula oltre il 69% dei voti validi. È la regione dove i programmi di trasferimento di reddito raggiungono la densità massima e dove la dipendenza dallo Stato è più marcata, e dove quasi la metà degli elettori di Lula indica come motivazione principale la «protezione sociale e di classe». Nelle dieci città più dipendenti dal sussidio Borsa Famiglia, il presidente ha allargato i margini rispetto al primo turno con un messaggio elettorale chiaro: con Flávio quei sussidi li perdete. Non ideologia astratta, ma difesa concreta di un reddito minimo. Accanto c’è il fattore identitario. Lula, 81 anni oggi, continua a incarnare l’operaio emigrato dal sertão pernambucano (l’entroterra del Pernambuco) diventato presidente, una lealtà quasi tribale che resiste agli scandali di corruzione che lo hanno coinvolto, portandolo in carcere.

Una fetta rilevante del voto, però, è stata un voto «contro» la famiglia Bolsonaro, contro l’8 gennaio 2023, contro la paura di una deriva autoritaria. La campagna di Lula del secondo turno ha martellato sulla «difesa della democrazia» e ha funzionato tra i giovani delle metropoli e tra gli astenuti del primo turno, con l’affluenza salita di quasi due punti, portando alle urne quasi tre milioni di elettori in più, molti dei quali hanno scelto Lula come male minore.

Nelle ore finali è entrato in scena l’ultimo tassello: l’intervento istituzionale. Pochi minuti prima della chiusura dei seggi, il giudice della Corte Suprema Cristiano Zanin ex avvocato di Lula nella Lava Jato e da lui nominato nel 2023 ha prorogato di due ore l’orario di voto. La decisione è arrivata dopo le accuse pubbliche di Lula contro «sindaci criminali» e «imprenditori senza scrupoli» che avrebbero ridotto i trasporti pubblici. La sequenza denuncia, giudice amico, proroga è la conferma, per gli oppositori, bolsonaristi o meno, di un campo di gioco inclinato.

E qui si inserisce il secondo punto. Lula non ha creato un successore, ma ha costruito una macchina statale che blinda la sinistra. Il controllo sulla Corte Suprema, attraverso nomine di giudici legati al suo mondo politico, è il pezzo centrale. Quando il Parlamento dove la destra ha rafforzato la propria presenza tenterà di limitare la spesa o di riformare le istituzioni, la Corte avrà gli strumenti per frenare, annullare o interpretare. Il risultato elettorale legislativo diventerà dunque in gran parte vano. Non è solo potere personale, ma un sistema di protezione istituzionale che sopravvive al leader.

E mentre Lula consolida il quarto mandato, Flávio Bolsonaro rischia di finire sotto scacco giudiziario. Già ieri i deputati al governo Duda Salabert, Otoni de Paula e Rogério Correia hanno chiesto alla giustizia il sequestro del passaporto del senatore. Flávio perderà l’immunità parlamentare a gennaio 2027, a fine mandato, ed è indagato in più inchieste: finanziamento sospetto del film Dark Horse con fondi legati a Daniel Vorcaro, fondatore del Banco Master, in carcere cautelare da mesi; possibili operazioni di riciclaggio e movimenti finanziari anomali. I parlamentari della base di Lula parlano apertamente di rischio di fuga e chiedono misure cautelari. Non è ancora un arresto, ma la morsa si sta stringendo.

I brasiliani hanno votato dunque Lula perché, dal Nordest alla periferia urbana, lo Stato sociale e l’identità personale continuano a pesare più dell’economia reale. Lula ha trasformato questo consenso in una macchina istituzionale che rende la vittoria parlamentare della destra molto meno decisiva di quanto appaia, mentre Flávio rischia di arrivare al 2027 già sotto processo.