Potrebbe essere giunta al capolinea l’era Vucic in Serbia, dove oggi si celebreranno le elezioni anticipate. Le urne in realtà nascono nel novembre di due anni fa, quando crollò a Novi Sad la pensilina della stazione ferroviaria, provocando 16 morti. Da quel momento l’insoddisfazione popolare si è diffusa in tutte le piazze del paese con raduni oceanici, scontri con le forze dell’ordine e richieste di dimissioni contro il sistema-Vucic, accusato di corruzione e malaffare. Il volto nuovo di questo movimento è quello del cardiologo Ilija Srdanovic che ha costruito prima una protesta e poi un partito: si chiama «La Lista degli Studenti» e potrebbe mettere fine al potere di Vucic che dura dal 2014. Il loro modus operandi è fuori dagli schemi: anziché candidarsi direttamente, sono state le assemblee studentesche delle facoltà universitarie del Paese a selezionare i 250 volti da presentare agli elettori, con Srdanovi capolista.
«È assolutamente normale schierarmi dalla parte dei miei studenti per aiutarli nella loro giusta lotta», ha dichiarato il professore di medicina prima del silenzio elettorale. Ma come ha risposto Vucic alla retorica studentesca? In primis ha puntato sullo storytelling nazionalista, cercando di consolidare il sostegno dell’elettorato più radicale e del ceto militare, incassando l’appoggio di Milorad Dodik, leader di fatto della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia. Poi una campagna elettorale basata sulla continuità, contro il salto nel buio rappresentato dagli studenti, da lui considerati inadatti a gestire un Paese complesso che ha ancora un dossier aperto con il Kosovo.
È di tutta evidenza come la Serbia per l’Ue resta un attore chiave in ottica allargamento e in ottica stabilità, dal momento che Cina e Russia continuano ad avere rapporti privilegiati con l’amministrazione Vucic, anche se le recenti
sanzioni americane hanno spinto Belgrado, ad esempio, a cercare un nuovo proprietario per la sua compagnia petrolifera NIS, controllata da Gazprom. Persino Rosaton potrebbe essere costretta ad un passo indietro, dal momento che vorrebbe costruire una centrale nucleare su larga scala ma ciò sarebbe in contrasto con il processo di adesione serba all’Ue. Chi resta in prima fila alla porta di Belgrado è Pechino: il partenariato tra Vucic e Xi è stato definito «di ferro», in virtù di legami politici, economici e militari. Il presidente cinese lo scorso maggio ha conferito al serbo la Medaglia dell’Amicizia della Repubblica Popolare Cinese. La Via della Seta nel Mediterraneo resta una priorità per Pechino.
