I mercati americani hanno tirato ieri un sospiro di sollievo dopo i tremila miliardi di dollari bruciati giovedì in una giornata di panico per gli investitori. Ma il freno alle perdite non ha fatto svanire i timori sulla tenuta di un sistema finanziario che si regge sull’intelligenza artificiale e sui data center che ne sono la proiezione fisica. È dentro quegli immensi casermoni rumorosi e arroventati dai computer in elaborazione continua che si creano le risposte che tutti i giorni riceviamo dalle varie AI. Ma è sulla lotta a quei mostri urbanistici che i Democratici americani hanno vinto a mani basse le elezioni di Midterm, a cominciare dal Texas che ospita il 25% circa dei nuovi progetti di data center. Secondo alcune stime, sarebbero stati spesi più di 380 milioni di dollari solo in spot televisivi che parlavano di data center, con i Democratici che hanno investito tre volte in più rispetto ai Repubblicani. L’altro tema caldo della campagna elettorale era l’inflazione. Ma un ecomostro in costruzione era un bersaglio immediato su cui coagulare le proteste.
Ora il mercato teme che i neo-governatori passino dai proclami alle decisioni, bloccando con moratorie o quantomeno rallentando la costruzione di nuovi impianti. In campagna elettorale sono stati promessi regolamenti più stringenti e maggiori tutele per l’ambiente e per i posti di lavoro nelle aree coinvolte, per il risparmio dell’acqua usata per raffreddare i data center e contro i maggiori costi imposti
alle comunità locali che in bolletta si vedono addebitati gli investimenti sulle nuove reti elettriche costruite per i data center.
Questo freno regolatorio però può avere un impatto diretto e a valanga su Wall Street, che sulla crescita senza freni della AI ha costruito in questi ultimi due anni la sua impennata stellare. Ma se si placa la corsa delle valutazioni delle società AI, crolla tutto il mercato. Esattamente quello che si è visto giovedì tra Europa, Nasdaq, Wall Street e ieri mattina sui mercati asiatici.
Qualcuno parla esplicitamente di schema Ponzi per la AI: in sostanza, le varie OpenAi, Anthropic e le altre big di questo nuovo settore avrebbero costruito la loro crescita con capitali raccolti sulle attese di un incremento del valore delle azioni, anche se i ricavi che i colossi della AI producono sono una frazione dei costi sostenuti per le loro infrastrutture.
Da qualche tempo gli analisti hanno cominciato a guardare con una certa preoccupazione alla curva della crescita del valore, sempre più appiattita. In sostanza, ogni nuovo investitore è disposto a pagare le azioni o le obbligazioni non molto di più del round precedente. E questo può far crollare l’intero castello delle valutazioni. Un esempio lo abbiamo avuto con OpenAI: ha chiesto di recente al mercato 30 miliardi di dollari ma ne ha raccolti appena 11, facendo crollare la sua valutazione dagli 1,4 trilioni attesi a 1,25 trilioni. Tanto che, secondo Bloomberg, la Bce starebbe valutando di verificare l’esposizione
delle banche europee sul settore. Altri invece parlano di reazione impulsiva e di un momento opportuno per portare a casa un po’ dei forti guadagni maturati con i rialzi dei titoli tech nell’ultimo anno. Insomma, gli assestamenti sono da mettere in conto ma la rivoluzione tecnologica non si fermerà per i maggiori vincoli che potrebbero arrivare. Anche perché i big stanno già correndo ai ripari per recuperare consenso presso l’opinione pubblica.
Nei referendum locali, gli elettori si sono espressi in modo schiacciante a favore della limitazione dei data center. Su 45 votazioni in dodici Stati (21 solo in Ohio, otto nel Maine, sette nell’Illinois e quattro nel Kansas) in 44 ha prevalso il sì a maggiori restrizioni. Così ieri OpenAI ha pubblicato un documento programmatico che elenca i suoi nuovi impegni nei confronti delle comunità in cui vuole costruire data center. E chiede ai politici federali, statali e locali di definire «regole chiare su come il settore può operare. I legislatori dovrebbero stabilire norme per promuovere investimenti responsabili, proteggere i cittadini e garantire che i benefici delle infrastrutture di intelligenza artificiale siano ampiamente condivisi». Non è più tempo di quell’arroganza che i grandi capi di Big Tech hanno a lungo ostentato.
