Senza che vi siano ancora segnali chiari di quale governo uscirà dal voto in Israele, Donald Trump si intesta il merito della «vittoria» di Benjamin Netanyahu, attribuendola al proprio (tardivo) endorsement. «Con il mio sostegno», ha scritto il presidente Usa sui social, rilanciando il commento di un utente, «la situazione è completamente cambiata, e ora quella che sembrava una sconfitta per un grande primo ministro, appare essere un’insperata rimonta che ha portato a una fase di stallo, se non una vittoria per Netanyahu». Poche ore prima, da Israele, Netanyahu arringando i sostenitori del Likud aveva affermato: «Abbiamo di fronte a noi una possibilità storica di porre fine, con il nostro amico Trump, alla minaccia iraniana». È la conferma di come i destini dei due leader siano ormai intestricabilmente legati. E di come, nonostante la dottrina dell’America First e le ambizioni geopolitiche della nuova strategia di sicurezza nazionale americana, la legacy di politica estera di Trump, come per tanti suoi predecessori, passerà dal Medioriente e non dal «cortile di casa» dell’Occidente.
Eppure, Trump aveva atteso fino al 18 ottobre per uscire allo scoperto col suo appoggio a Bibi. Un segnale della frustrazione del tycoon per lo stallo con l’Iran, così come per le resistenze di Netanyahu su Gaza, che compromettono le ambizioni da pacificatore di Trump.
Ma anche, come ha riportato Axios, un segnale dei dissapori interni alla Casa Bianca, dove una parte dei consiglieri di Trump avrebbe preferito puntare su un cavallo diverso per la guida di Israele. Il giorno dopo l’endorsement del presidente, il segretario alla Difesa Pete Hegseth era volato in Israele per incontrare direttamente Netanyahu. Tema della discussione, l’Iran. Non è chiaro se in vista di una nuova offensiva militare, o se per scongiurare un’azione unilaterale di Israele, che avrebbe inevitabilmente finito per coinvolgere gli Stati Uniti, a pochi giorni dal voto di Midterm del 3 novembre.
Nel suo forsennato tour elettorale delle ultime settimane, Trump ha tentato (senza riuscirci, stando ai sondaggi), di far dimenticare agli americani il peso che la guerra sta avendo sulle loro tasche. I prezzi dei carburanti sono ora in media più alti di quelli della peggiore fase inflazionistica dell’era Biden. L’accordo con la Russia sul diesel, contestato da Kiev e dagli alleati europei, non ha portato alcun beneficio. «La guerra finirà presto e i prezzi scenderanno in fretta», ripete il tycoon a ogni comizio. Nessuna indicazione sul «come». «Forse dovremo colpirli ancora più duramente», si è limitato a dire Trump. È in questo contesto che il Wall Street Journal riferisce che Washington ha allertato gli alleati arabi nel Golfo di prepararsi a una campagna militare breve e intensa, che dovrebbe essere lanciata insieme a Israele subito dopo il voto di Midterm. L’obiettivo è indebolire ulteriormente l’Iran, costringendo la leadership di Teheran a capitolare.
