L’onda blu dei dem non si ferma alla conquista del Congresso ma potrebbe spingersi oltre. In casa repubblicana l’allarme non riguarda solo l’emorragia di seggi, ma anche le possibili conseguenze sulle prossime presidenziali. I Democratici potrebbero portare avanti il grande progetto di riforma elettorale per rivoluzionare il sistema dei grandi elettori.
Per capire come scatterebbe la grande trappola, serve un passo indietro. Il sistema del Collegio elettorale, il meccanismo dietro l’elezione del presidente, si basa sui cosiddetti grandi elettori: ogni Stato ne porta in dote un certo numero in base alla popolazione. La California, ad esempio, ne ha 54 e il poco popoloso Wyoming solo 3. I grandi elettori vengono assegnati a chi ottiene più voti nello Stato stesso. Questo meccanismo fa sì che un candidato possa vincere il voto popolare ma perdere perché l’avversario ha conquistato più grandi elettori.
Da anni i dem lavorano a un modo per smontare il sistema senza passare da una riforma costituzionale. Il progetto si chiama National Popular Vote Interstate Compact (NPVIC). È un accordo tra Stati che prevede una riforma a livello statale per assegnare i grandi elettori al candidato che conquista più voti a livello nazionale. Con questo sistema, ad esempio, Donald Trump avrebbe perso nel 2016, quando venne superato nel voto popolare da Hillary Clinton.
Per il momento il NPVIC è già realtà in 18 Stati, per un totale di 222 grandi elettori. L’accordo prevede che il meccanismo scatti solo quando gli Stati aderenti avranno raggiunto quota 270 grandi elettori, la soglia necessaria per vincere la presidenza. Conti alla mano, ne mancano 48, che potrebbero arrivare da cinque Stati. In questo contesto entrano in gioco le midterm. I dem hanno centrato cinque importanti «trifecta», cioè la conquista del governatorato, della Camera e del Senato locali, ottenendo il controllo di Pennsylvania, Michigan, Arizona, Wisconsin e Nevada. Questi cinque Stati potrebbero valere 61 nuovi grandi elettori, ben più dei 48 necessari a far scattare il piano.
I promotori di questo sistema si dicono convinti che non ci siano intoppi costituzionali, perché la Carta dà agli Stati il potere di nominare i grandi elettori. In
realtà, non è detto che il piano regga a uno scontro istituzionale. Derek Muller, professore di diritto alla University of Notre Dame, ha scritto che potrebbe servire il via libera del Congresso. Il patto, infatti, potrebbe violare la Compact Clause, cioè la disposizione costituzionale che richiede, in determinati casi, il via libera del Congresso per gli accordi tra Stati.
C’è poi un problema politico: i dem hanno vinto su temi concreti come carovita e prezzo della benzina. Le riforme istituzionali non erano proprio in cima all’agenda degli elettori. Non è detto che i cinque Stati appena conquistati vogliano imbarcarsi in questa riforma. Già in passato, infatti, c’è chi non è riuscito a far passare il NPVIC. Il Wisconsin ci ha già provato quest’anno, ma il provvedimento si è arenato in entrambe le camere. Il Michigan ha tentato di farlo senza successo due anni fa, mentre in Nevada, nel 2019, il governatore ha posto il veto.
