«Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2021»: è questo l’incipit del libercolo fatto circolare online dall’ideatore del Movimento 17 Ottobre, Youssef Siher. Parole che hanno scaturito inevitabilmente l’attenzione degli apparati di sicurezza che oggi si interrogano sul ruolo che stanno giocando i Fratelli Musulmani in questa partita. E a confermarlo a Cinque minuti è lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: Siher «aveva partecipato ed era promotore dell’Associazione Alba nascente» che «teneva posizioni molto vicine a quelle dei Fratelli musulmani». Il manifesto che ha realizzato Siher, infatti, è ispirato alla rivoluzione egiziana che rappresenta uno dei casi più significativi per comprendere come i Fratelli Musulmani siano riusciti a trasformare una mobilitazione popolare, inizialmente non guidata dall’islamismo politico, in un’opportunità per conquistare il governo. Il punto fondamentale, che coincide con il progetto messo in atto dall’islamista di Milano, è che la Fratellanza Musulmana non organizzò da sola la rivoluzione contro Hosni Mubarak. Entrò progressivamente nelle proteste, sfruttando una struttura organizzativa, religiosa e sociale costruita nei decenni precedenti. Quando il regime cadde era tra le poche organizzazioni capaci di trasformare rapidamente la propria presenza nella società in consenso elettorale. Il 25 gennaio 2011 migliaia di egiziani scesero in piazza contro Mubarak. Le proteste furono alimentate da disoccupazione, corruzione, repressione poliziesca, disuguaglianze e richiesta di libertà politiche. Tra i protagonisti iniziali c’erano giovani attivisti, movimenti laici, liberali, gruppi di sinistra e organizzazioni come il Movimento 6 Aprile. Piazza Tahrir, al Cairo, divenne il simbolo della mobilitazione.
Oggi quel disegno è stato replicato nelle città italiane: il motivo ufficiale, dato in pasto alla popolazione, era rappresentato dal carovita, ma nel sottobosco social e associativo, dietro le sigle islamiste, si nascondeva la volontà di adunare un numero sempre più ampio di persone per attuare un piano eversivo contro il Governo. Destabilizzare per presentare poi un’immediata soluzione. Una similitudine nei piani che non è sfuggita agli investigatori che vogliono comprendere da chi sia composta la rete di Siher. Il 28 gennaio, durante il cosiddetto Venerdì della rabbia, la Fratellanza entrò apertamente nella mobilitazione.
Da quel momento i suoi militanti contribuirono alle manifestazioni e all’organizzazione della protesta. Prima il caos solo apparentemente spontaneo, poi la volontà di prendersi la piazza, di darle un nome e un volto in cui potersi riconoscere. A Milano le devastazioni sono state il 16, 17 e 18 ottobre. Il 18 è nato ufficialmente il Movimento di Siher. Ma con chi è stato strutturato? E quando è iniziato? C’entra l’assenza di Siher dalle piazze per diversi mesi prima del lancio della piattaforma? Sicuramente c’è stato l’aiuto della moglie, coindagata per i medesimi reati. Hanno un aspetto in comune: l’Iran, essendo però entrambi sunniti. La donna è di origini libanesi, lui scriveva per un media ritenuto vicino all’organizzazione terroristica Hezbollah. Poi la provenienza dei genitori di lei ha certamente fatto sorgere interrogativi: sono nati a Taalabaya, nella Valle della Bekaa, distretto di Zahle. Una posizione che ha favorito commerci, spostamenti e collegamenti economici tra Libano e Siria. Ma la Bekaa è anche uno dei più grandi centri di addestramento e aggregazione di organizzazioni terroristiche. Tra queste c’è Al-Jama’a al-Islamiyya, movimento sunnita libanese storicamente legato alla Fratellanza, Hezbollah, organizzazione sciita con una forte presenza politica e militare in diverse aree della Bekaa, ma anche Hamas. In una fase storica in cui i proxy si sono saldati contro l’Occidente, ci si chiede anche se oltre allo spettro della Fratellanza non ci sia anche quello dell’Iran.
