Oramai non passa giorno se non leggiamo o sentiamo qualcuno parlare di guerra ibrida, di conflitti cognitivi e di disinformazione coordinata. E con la guerriglia urbana che nello scorso fine settimana ha devastato sia Parigi che Milano, si sono riattivati i campanelli di allarme sulle conseguenze nefaste che le operazioni coordinate di disinformazione digitale, che utilizzano le piattaforme come campo di battaglia, di influenza politica da parte dei governi stranieri, in particolare di matrice russa, possono arrecare alla tenuta delle democrazie.
Siamo di fronte a un insieme di attività non esplicite, non immediatamente identificabili, né tanto meno riconducibili a un chiaro mittente, che puntano in modi differenti a influenzare l’opinione pubblica digitale, a creare una polarizzazione eccessiva, a portare le folle digitali nelle piazze fisiche, a condizionare la percezione dei cittadini digitali non più e non solo a ridosso di una tornata elettorale. Una strategia complessa e profonda però che non nasce oggi.
L’Italia, come qualsiasi altra democrazia occidentale, è da almeno un decennio bersaglio di una pluralità di incursioni digitali che possiamo per sintesi racchiudere nella formula guerra ibrida. Il termine però si riferisce a più tattiche, tra cui ci sono gli attacchi cyber a istituzioni e enti governativi, il finanziamento di partiti politici estremisti, la creazione di ambienti digitali informativi, come siti web e account social che emulano i canali convenzionali e che invece veicolano narrazioni di parte. Altrettanto in questo recinto dai confini poco chiari, ci sono anche le Bot farm, catene fatte da profili falsi e gestite da software o intelligenza artificiale, che provano a truffare gli algoritmi dei social potenziando artificiosamente le interazioni e le visualizzazioni di taluni post simulando il comportamento di persone reali. Una strategia che mira a far credere, erroneamente, agli utenti veri che quel post è apprezzato e condiviso da una platea vasta di follower, ma così non è nei fatti.
