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Politica

Fearmongering, cos’è la fabbrica del panico dei social

Dai falsi allarmi sulle aggressioni agli studenti alle minacce di stupri e incendi nelle università. Un meccanismo che sfrutta, manipolando, l’insicurezza collettiva

Uno dei tanti messaggi di fake news che hanno iniziato a girare in modo virale nelle chat degli studenti di Milano e hinterland all'indomani degli scontri in centro citt�.Milano,20 ottobre 2026 ANSA/GIOIA GIUDICI

Una dose di procurato allarme, una di fake news, un’altra di stupidità: il fearmongering è servito. Bastano pochi secondi, uno smartphone e un messaggio inoltrato nel gruppo WhatsApp sbagliato. Qualcuno racconta di aver saputo che un’università sta per essere assaltata, qualcun altro avverte che gruppi di giovani si preparano ad aggredire ragazze per strada.

Arrivano fotografie, registrazioni vocali concitate, screenshot di conversazioni apparentemente riservate. La fonte è quasi sempre la stessa: un amico di un amico, una persona che avrebbe assistito ai fatti, qualcuno che conoscerebbe direttamente uno dei protagonisti. E l’avvertimento finale è immancabile: condividere immediatamente, avvisare tutti, non uscire di casa.

È quanto accaduto in Italia negli ultimi giorni, quando agli scontri e alle devastazioni che hanno interessato Milano e altre città del Nord si è sovrapposta un’altra ondata, meno visibile ma altrettanto capace di condizionare la quotidianità: quella della paura digitale.

Gran parte delle segnalazioni non ha trovato alcun riscontro. Eppure ha prodotto conseguenze reali: studenti rimasti a casa, attività commerciali chiuse per precauzione, città attraversate da un clima di sospetto e preoccupazione.

Il termine inglese fearmongering indica una strategia comunicativa che consiste nell’alimentare, amplificare o sfruttare la paura per influenzare comportamenti, percezioni e opinioni. Non coincide necessariamente con la diffusione di notizie false: può basarsi su informazioni inventate, ma anche su fatti autentici presentati in maniera distorta, decontestualizzati oppure raccontati enfatizzando sistematicamente gli aspetti più minacciosi. Il risultato è una progressiva alterazione della percezione del rischio: non necessariamente aumenta il pericolo reale, ma cresce la convinzione di trovarsi costantemente esposti a una minaccia.

Il meccanismo sfrutta una caratteristica fondamentale del comportamento umano. Di fronte a un possibile pericolo, la nostra attenzione tende a concentrarsi sulle informazioni che possono aiutarci a evitarlo. Un messaggio allarmistico ha quindi maggiori probabilità di essere letto, ricordato e condiviso rispetto a una comunicazione neutra. Sui social, questa predisposizione incontra un ambiente nel quale la rapidità della circolazione delle informazioni precede spesso la loro verifica.

La distinzione tra errore e manipolazione intenzionale rimane però fondamentale. Se per misinformation si intende la condivisione di informazioni false anche senza voler ingannare, la disinformation, invece, implica l’intenzione di manipolare. Nel fearmongering possono convivere entrambe: chi costruisce deliberatamente un allarme e chi, convinto di proteggere amici e familiari, contribuisce inconsapevolmente alla sua diffusione.

Nel caso italiano la diffusione degli allarmi non si è fermata a Milano. Nel giro di poche ore, segnalazioni analoghe hanno raggiunto altre città lombarde e diversi territori del Nord Italia, dimostrando quanto rapidamente una narrazione allarmistica possa superare i confini del luogo in cui ha avuto origine.

Uno degli episodi più significativi si è verificato a Cremona. Ieri la città si è preparata a fronteggiare una manifestazione violenta annunciata sui social. Le forze dell’ordine hanno presidiato scuole, stazioni e centro storico, mentre diversi commercianti hanno protetto le vetrine con pannelli di compensato. Numerosi studenti sono rimasti a casa e le strade si sono svuotate.

La manifestazione, però, non si è mai svolta. L’allarme si è rivelato infondato. La Digos ha identificato due minorenni, di 14 e 15 anni, amministratori della chat WhatsApp che aveva contribuito a generare la preoccupazione. Entrambi sono stati denunciati in stato di libertà per istigazione a delinquere e procurato allarme.

Anche a Pavia, la circolazione di messaggi che preannunciavano azioni violente ha portato a intensificare i controlli nei pressi degli istituti scolastici e delle stazioni. I carabinieri hanno successivamente chiarito che le segnalazioni si erano dimostrate infondate. A Ravenna, invece, falsi avvertimenti su possibili devastazioni e aggressioni sessuali hanno provocato una riduzione delle presenze in alcune scuole superiori. Segnalazioni simili sono circolate anche in Veneto, dove studentesse e famiglie hanno temuto violenze annunciate attraverso gruppi di messaggistica.

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