L’annuncio della premier Giorgia Meloni sul divieto di burqa nelle scuole è stato accolto a sinistra da un coro di critiche, specialmente dalle donne. Per la pentastellata Chiara Appendino è una «norma obbrobriosa», per Elisabetta Piccolotti di Avs è «senza logica» mentre la dem Laura Boldrini la ritiene «strumentale» e fatta per fare «propaganda sulla pelle dei bambini». Ma c’è stato un tempo in cui era anche il campo progressista, sia culturale che politico, a combattere la battaglia contro il burqa.
Una delle voci anti-velo più implacabili era quella di Emma Bonino, scomparsa recentemente tra le celebrazioni «laiche» di tutti gli esponenti del campo largo per le sue campagne su aborto, contraccezione ed eutanasia. Nel 2004 la leader radicale difese pubblicamente il divieto di velo integrale introdotto dal sindaco leghista di Azzano Decimo. «Giusto, io sono d’accordissimo», rivendicò in un’intervista al Messaggero nella quale invocò restrizioni sia sul burqa che sul niqab nei luoghi pubblici come «garanzia di tipo liberale». L’ordinanza apprezzata da Bonino, paradossalmente, è la stessa che nel 2008 fu bocciata dal Consiglio di Stato in una sentenza evocata in questi giorni da una parte consistente dell’opinione pubblica di sinistra per polemizzare col divieto di Meloni. D’altronde, non è un sacrilegio ipotizzare che la nuova norma anti-burqa sarebbe potuta piacere all’ex ministra di Romano Prodi ed Enrico Letta: ribadendo la sua posizione in un’intervista alla Repubblica del 2010, argomentò che «come non vado in classe col casco o il passamontagna, così non si dovrebbe usare il velo che nasconde il volto nei luoghi pubblici». Ma Bonino non è stata l’unica leggenda del progressismo ad opporsi al burqa. Rossana Rossanda, punto di riferimento per generazioni di comuniste e post, vergò un editoriale durissimo nel 1999 sul Manifesto dal titolo emblematico: «Giù il velo». La giornalista scriveva che «non c’è alcun dilemma nella pratica di molto islamismo che obbliga le donne a portare il velo (...) tutto questo è intollerabile» sostenendo che «non è vero che per essere diversi dai nostri, tutti gli altri costumi siano da rispettare». Sempre sul Manifesto, la giornalista Giuliana Sgrena era una pasionaria anti-burqa e nel 2003 tuonò contro «la schiavitù del velo» definendolo simbolo del «controllo del maschio sulla sessualità della donna».
Pensieri e parole che non trovano più spazio nel mondo progressista. Lo si è visto dalle reazioni tra l’ironico e il polemico di fronte allo show delle attiviste di Nemesis che si sono presentate in burqa sul palco di Pontida per poi toglierselo in segno di protesta. Esattamente quanto fecero le intellettuali femministe del gruppo Controparola in una conferenza stampa di trent’anni fa per protestare contro il regime talebano. Una manifestazione che Dacia Maraini, appartenente al gruppo, ricordò con orgoglio in un suo libro dove si citava anche il manifesto diffuso per lamentare come «il silenzio dell’Occidente uccide le donne del mondo islamico». Ma in quel 1996 fu lo stesso governo Prodi ad intestarsi la campagna anti-burqa in Afghanistan. Era il 23 ottobre quando, sulla scia della protesta-show di Controparola, le donne dell’esecutivo ulivista «scesero in campo accanto alle sorelle afghane», tanto per citare le cronache dell’epoca. Le ministre del professore parlarono di un «impegno determinante di tutto il governo» in difesa dei diritti della popolazione femminile a cui stava per venire imposto l’obbligo del velo integrale.
Oggi per gli eredi della stagione ulivista burqa e niqab, sbarcati nel frattempo in Italia, sono diventati non problemi e chi vuole vietarli - come chiedeva Emma Bonino - fa qualcosa di strumentale e addirittura obbrobrioso. Una fotografia impietosa della mutazione genetica avvenuta nella sinistra italiana. Non è che da quelle parti il voto islamico ormai fa più gola di una causa cara alle proprie madri nobili? Conviene stendere un velo (integrale) pietoso.
