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Quindi oggi

Come frigna la prof Ponzani, Netanyahu non muore mai e Gattuso: quindi, oggi…

Quindi, oggi…: il voto in Israele, la fuga di Bolsonaro e Ponzani-La Russa

La sinistra esulta per la vittoria degli studenti in Serbia, poi però scopre che gran parte di loro fa con convinzione il gesto delle tre dita, simbolo nazionalista molto sentito a Belgrado e dintorni. Come sempre, pensare di cavalcare un’onda estera senza conoscere bene la realtà rischia di far fare alla sinistra lo stesso errore già commesso con Magyar in Ungheria. Gran parte degli studenti, per dire, non riconosce l’indipendenza del Kosovo, non vogliono abbandonare il gas russo e sulle intese con Pechino sono disuniti.

Io non so se la professoressa Ponzani abbia ragione sul corteo di Milano, siamo nell’aprile del ’73, in cui Ignazio La Russa si sarebbe messo “a capo di una manifestazione non autorizzata” che sfociò nell’omicidio di un agente di polizia. Lui dice di no, che non ha alcuna responsabilità. Me ne frego di chi abbia ragione perché ho già scritto su queste dannate pagine che ritengo meno pericolosi i maranza di oggi delle Brigate Rosse di ieri, o dei terroristi neri. Meglio una vetrina rotta di tre o quattro morti per le strade. Quindi sì: in un certo senso Michela Ponzani ha qualche ragione, anche se forse avrebbe potuto ricordare che il terrorismo nero e rosso finirono anche grazie alle leggi restrittive messe in atto dai governi di allora. Quindi: se negli anni ’70 abbiamo fatto l’errore di far nascere e crescere la violenza politica e di farla sfociare negli anni di piombo, questo non vuol dire che oggi gli stessi “protagonisti” di quella stagione non abbiano compreso certi errori e non vogliano evitare che accada di nuovo.

Detto questo, trovo veramente puerile e insopportabile la polemica sollevata dalla professoressa Ponzani sul titolo accademico. Ieri sera in diretta da Gruber s’è lamentata perché La Russa l’ha chiamata “signora Ponzani” e non “professoressa”: “Vorrei ricordare al presidente del Senato della Repubblica italiana che i titoli accademici non si ereditano come i titoli nobiliari, ma costano tanta fatica e per le donne è ancora più faticoso raggiungere certe vette. Quindi pretendo che mi si riconosca almeno il titolo di professoressa universitaria”. Ma prendersi un po’ meno sul serio? Il portavoce di La Russa avrà visto la puntata dove stava scritto, come sottopancia, “Michela Ponzani, storica e saggista” (senza specificare il ruolo accademico) e non si sarà messo lì a cercare il curriculum. Avrei trovato quasi più intelligente lamentarsi per il fatto che La Russa l’ha chiamata “signora” senza chiederle prima se si percepisce uomo o donna, per dire.

Dice Ponzani (anzi scusate: Sua Santità Eminenza Reverendissima Eccellentissima Intelligentissima Bellissima Michela Ponzani): “Un presidente del Senato che querela una professoressa universitaria non è una bella pagina per la democrazia. Io ho visibilità, ma tanti colleghi no. Si vuol mettere a tacere tutte le voci critiche che non hanno il potere di difendersi e usare la comunicazione? È una cosa gravissima”. Ma siete seri? Cioè: i politici non possono querelare i giornalisti perché sennò ne risente la democrazia (ovviamente il discorso di solito vale solo per i politici di destra che querelano i giornalisti di sinistra). Ora non possono querelare un professore universitario perché sennò, poverini, ci rimette la democrazia. Vogliamo dire che non possono querelare manco i parrucchieri perché la frangetta tagliata male è un affronto alla Costituzione? Suvvia. Le querele si risolvono di fronte ai giudici, ovvero di fronte a quei signori che i professori, i giornalisti e i progressisti tutti considerano intoccabili e infallibili. In sostanza, querelando Ponzani, La Russa sta giocando nel campo avversario. Quindi frignate poco. In caso di querela ci si difende in aula e amen: non cambia nulla se a presentare la denuncia è il Capo dello Stato, il presidente del Senato o Topo Gigio. I giudici - se davvero sono integerrimi come dite voi - tratteranno La Russa al pari di Ponzani al pari della Fata Turchina.

Vado controcorrente, ma ho letto il provvedimento con cui il pm ha chiesto e ottenuto il fermo di Youssef Siher. Resto garantista anche di fronte a chi pensava di sobillare le piazze contro il governo, il carovita, la Palestina, i bignè con poca crema e i diritti lavorativi di Topo Gigio. Quindi vi dico che la Digos ha fatto un grande lavoro, insieme alla Polizia postale. Hanno aspettato fino all’ultimo, hanno rintracciato la mente del Movimento 17 ottobre e gli hanno bloccato gli account poco prima che potesse pubblicare ora e luogo di ritrovo per le manifestazioni di questo fine settimana. Giusto intercettarlo, visto quanto successo la settimana precedente e viste le premesse (messaggi su come proteggersi dalla polizia eccetera eccetera). Però, signori, posso dire che il carcere mi sembra un tantino esagerato?

Detto questo, possiamo - anzi dobbiamo - criticare le sue folli posizioni su Hamas, sul terrorismo, sulla rivoluzione “contro l’Occidente”. Da questo islam politico dobbiamo difenderci e la sinistra farebbe bene a isolarlo, anziché cavalcarlo solo perché “il nemico del mio nemico” (la destra) “è mio amico”.

Ilaria Salis è andata a Pechino e vabbè. Ma nel suo post scrive: “Civiltà ecologica, multilateralismo, prosperità condivisa – terreni di confronto su cui provare a costruire un futuro comune, in un mondo sempre più in fiamme”. Civiltà ecologica? Vorrei far notare a Nostra Signora delle cause perse che nel 2025 la produzione di elettricità da carbone in Cina è stata di 5.757 TWh, il 55% del carbone mondiale, contro i circa 250 TWh dell’Europa. In termini assoluti, la Cina brucia carbone per produrre elettricità circa 20 volte più dell’Ue. E infatti, se uno legge i dati, scopre che i cinesi emettono 9,13 tonnellate di CO2 per persona contro le 5,10 tonnellate per persona dell’Italia. Avranno anche le auto elettriche. Saranno anche fighissimi con quegli occhi a mandorla. Ma considerare Pechino la culla della “civiltà ecologica” fa ridere i polli. I polli.

I legali di Siher dicono: “Non ha commesso reati, torni libero”. E io, come ho avuto modo di spiegarvi, sarei ipoteticamente d’accordo. Però non accetto che i suoi legali dicano: “Non siamo sorpresi (dell’arresto, ndr) in termini assoluti, considerata l’aria politica che tira”. Signori, toc toc: ma chi è che ha disposto l’arresto, Meloni, il prefetto, il governo o un procuratore della Repubblica? Se volete accusare qualcuno per il tempo che sta passando dietro le sbarre, dovete bussare ai giudici, i vostri amati giudici, non “all’aria politica del momento”. Avete bocciato la riforma della giustizia, quindi non potete manco dire: ecco che il governo mette le mani sulle toghe. No. La Digos ha indagato, ha trovato delle prove, ha portato il tutto a un procuratore che ha preso la decisione sulla base delle norme vigenti. Decisione che ora un giudice dovrà convalidare o meno. Non pigliatevela col regime, che non c’entra un fico secco.

Ho abitato per anni vicino a PizzAut, la pizzeria gestita da ragazzi autistici. Luogo di inclusione vera. Ci sono stato solo una volta, a onor del vero, essendo necessaria la prenotazione ed essendo il sottoscritto incapace di progettare oltre il proprio naso. Quello che mi ha sempre colpito non è tanto l’entusiasmo di Nico Acampora, che tanto funziona anche in tv. Né il suo essere in grado di destreggiarsi anche con gli esponenti politici, senza mai politicizzare troppo il suo messaggio. Il vero messaggio rivoluzionario di Acampora e di PizzAut è questo: per ottenere inclusione non occorre per forza aspettare che mamma Stato si mobiliti. Questo signore ha avuto un’idea, ha ottenuto, immagino, dei finanziamenti, ha sviluppato un brand, ha creato un business sociale, capace di produrre così tanto da aprire altre due pizzerie nel giro di dieci anni, oltre a migliaia di altre iniziative. Ovviamente reinveste tutti i suoi guadagni, e qui sta la differenza tra il puro profitto e l’ente sociale, ma non fa mai il passo più lungo della gamba: i ragazzi, anche quelli che hanno bisogno, li assume solo alla fine di un percorso formativo. Se lo devono guadagnare, insomma.

Ieri tutti entusiasti per la vittoria della Lista Studentesca in Serbia. Cacciato il cattivo Vučić, evviva evviva. Oggi, dopo i post gagliardi dei vari politici di sinistra, arriva la doccia fredda. Scrive Repubblica (cito Rep così non vengo accusato di essere un fasciatone cattivo, ma lo dicevo da giorni): “I giovani universitari, dopo due anni di lotta innescata dal tragico crollo della pensilina nella stazione dei treni a Novi Sad, hanno ottenuto la testa di Vucic. Il movimento però non ha un leader, un candidato premier, una linea unitaria e nemmeno un programma”. Non solo. “Questa non è un’accelerazione verso una scontata adesione alla Ue — scandiscono nel quartier generale di Studenteska Lista — un ammorbidimento verso il Kosovo e nemmeno il via libera a sanzioni contro la Russia”. Insomma, sentenzia il quotidiano progressista, “il tempo per ripassare la lezione delle rivoluzioni mancate però sta per scadere”. Hanno fatto l’ennesima figura di palta, cavalcando la rivoluzione sbagliata.

Di Pietro è un personaggio variegato, con lati positivi e negativi. Ma è mai possibile che la destra, per trovare un candidato al Csm, debba prendere un ex ministro di Prodi? Eddai.

Kimi Antonelli non è nato da sotto un pero. La Mercedes ha investito qualcosa come 10 milioni di dollari per portarlo in Formula 1. Investimento ampiamente ripagato, direi. Ma questo vuol dire investire (bene) le proprie risorse. Resta da capire, per un Antonelli che ce l’ha fatta, quanti altri piloti su cui la casa automobilistica ha investito si siano invece fermati molto prima.

Scriveva ieri Repubblica sull’ex presidente serbo, Vučić: “Quest’anno, non potendo ricandidarsi nuovamente alla presidenza per i limiti posti dalla costituzione serba, si è candidato a premier, con l’intento di rimanere comunque al comando, una mossa identica a quella di Vladimir Putin in Russia nel 2008”. Ok. Però ho fatto fare a ChatGPT il calcolo e leggo che Vučić, tra il ruolo di primo ministro e quello di presidente, ha governato la Serbia per 12 anni e 5 mesi. Allo stesso modo, Lula fino a oggi ha governato il Brasile per 11 anni e 10 mesi, a cui da oggi aggiungerà altri 4 anni. Tradotto: non so se abbia fatto pure lui come Putin, però Lula finirà col rimanere al potere molto più di quanto sia rimasto quel puzzone di Vučić. Com’è ‘sta storia che se uno di destra resta troppo tempo al potere è un dittatore autocrate, mentre se a vincere ripetutamente le elezioni è un comunista sindacalista va portato sulla sedia del Papa?

Adorabile intervista a Cisco, l’amico di Max Pezzali entrato in tante delle sue canzoni. Racconta alla Provincia Pavese: “Mi fa piacere – afferma l’amico -, ma la verità è che io semplicemente non sono mai cambiato. Non gli ho mai chiesto niente, non l’ho mai guardato in modo diverso. Certo grazie a lui ho conosciuto il mio mito Vasco (gli sono stato seduto accanto in un glorioso pomeriggio all’Acquafan nel 1993) e questo non me lo dimentico. Però io sono amico di Max e basta, non di Max il cantante. Lui c’è sempre stato per me così come io ci sono sempre stato per lui. Può essere anche in America, ma se ho bisogno lui c’è. Perché per noi l’amicizia viene prima di tutto. No aspetta, non prima di tutto. Per me, almeno, prima ci sono le donne e la Juve”. Prima le donne e la Juve. Ho sempre pensato che Cisco fosse un genio.

Stessa squadra dell’anno scorso, praticamente. Stessi giocatori. Ma la Lazio di Sarri faceva schifo, quella di Gattuso fa divertire. Ora lo possiamo dire che il gioco del “Comandante” è orripilante, fa annoiare e non porta poi tutti questi risultati? Funziona solo se ha gli interpreti giusti. Ma un bravo allenatore gestisce la rosa che ha, non frigna se non gli comprano i calciatori che vuole lui.

Come al solito l’Europa e l’Occidente dimostrano di capire poco o nulla di Medio Oriente. A leggere i giornali europei e italiani, Netanyahu era spacciato. Alla fine il suo è comunque il primo partito (nonostante il 7 ottobre, la guerra a Gaza e le proteste delle famiglie degli ostaggi). Poi magari non riuscirà a formare il governo, magari gli toccherà mollare la poltrona da premier, magari lo porteranno pure alla sbarra. Resta il fatto che dopo tre anni così convince ancora una larga fetta degli elettori israeliani. E immagino che le redazioni progressiste si stiano chiedendo dannatamente il perché.

Un candidato costretto a scappare perché il giorno dopo il voto, sconfitto, gli viene ritirato il passaporto in vista di una indagine che dire a orologeria è poco. Essendo successo nel Brasile di Lula, nessuno dirà nulla. Ma fosse successo negli Usa di Trump, oggi avremmo le truppe cammellate dei difensori della democrazia in fila per tre davanti a San Pietro a stracciarsi le vesti.

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