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Teatro

Paolo Ruffini: “Quel Piccolo Principe che ci svela l’invisibile”

L’attore nel ruolo dell’Aviatore: “Mi piace dire come con i miei spettacoli costruisco attrezzi per l’umanità”

Classico senza tempo, spettacolo longevo: «Il Piccolo principe» è una di quelle storie che non smette mai di interrogare e, allo stesso tempo, dare risposte. E se sulla pagina, dalla sua pubblicazione nel 1943 ad oggi, questa fiaba «filosofica» scritta da Antoine de Saint-Exupéry ha venduto più di duecento milioni di copie nel mondo, tradotta in seicento lingue e dialetti, sul palcoscenico, in questa versione italiana, macina sold out da quattro anni, registrando record: sono ormai 180mila i biglietti venduti dal 2023 a oggi. Prodotto da Razmataz Live e diretto da Stefano Genovese, «Il Piccolo Principe» torna in tournée passando dal Teatro Carcano per una lunga tenitura da oggi al 15 novembre. La novità sta nei protagonisti: nel ruolo dell’Aviatore c’è Paolo Ruffini, conduttore televisivo, attore comico e umorista, podcaster di successo, mentre in quelli del Piccolo Principe c’è il giovanissimo Nicholas Ori, 10 anni. La strana coppia è comunque affiatata da altri spettacoli perché da diversi anni Paolo Ruffini calca palcoscenici italiani senza sosta con diversi spettacoli che coinvolgono bimbi, anziani, disabili e persone affette dalla sindrome di Down («Loro non sono, hanno. Non sono down, hanno la sindrome, è diverso»). C’è un mondo, talvolta non dotato di voce alta, che va raccontato e Paolo Ruffini si è dato questa nobile missione.

Qual è il segreto di questo?

«La cosa che mi sembra più potente di questa storia, nella quale un aviatore incontra nel deserto un bambino e con lui si confronta sui valori della vita, è questa domanda: il bambino che eravamo sarebbe orgoglioso di quali adulti siamo diventati?».

C’è una lezione importante che si coglie da questo grande classico?

«Che l’invisibile è essenziale. Oggi invece i social ci spingono a pensare l’opposto: che solo quello che viene rappresentato in video esiste. E poi non si crede più in nulla. Dio è invece più interessante di un algoritmo, e un essere umano più del suo profilo social».

Lei riesce sempre a interagire con i giovanissimi senza prestare il fianco alle melensaggini.

«Mi piace dire che con i miei spettacoli costruisco attrezzi per l’umanità. La retorica, quella vera che viene dagli antichi romani, è cosa buona e giusta. Le melensaggini non fanno parte della mia natura toscana».

Con il giovane Ori c’è un’alchimia rodata: da dove viene?

«Ho conosciuto Nicholas durante la realizzazione dei miei podcast nei quali mi confronto con bambini. Le loro risposte sono straordinarie. Nicholas ha 10 anni ma, ha detto lui stesso in un’occasione, è come si sentisse di essere nato nel 1920. È un’anima antica, gli piace Puccini per dirne una. Con lui ho già portato in scena lo spettacolo “Il Baby Sitter Quando diventerai piccolo capirai”, versione teatrale del mio podcast e “Il Badante”».

Cosa accade in scena?

«Non è solo un dialogo. La scena evoca il deserto. Poi ci sono musica e canto, da David Bowie ai Maneskin fino a Franco Battiato. C’è circo e teatro performativo».