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Teatro

Risuona l’ora americana. De Capitani interpreta Miller

La compagnia di Arte Drammatica Silvio D’Amico mostra una crisi economica, sociale e umana sullo sfondo della Grande Depressione

Attori Sul palco diciotto interpreti

L’innamoramento di Elio De Capitani per il teatro americano e, in modo particolare, per Arthur Miller, è diventato quasi una ossessione. Dopo «Morte di un commesso viaggiatore» ed «Erano tutti miei figli», di cui è annunciata una lunga tournée, arriva «L’orologio americano» in scena all’Elfo-Puccini da domani al primo novembre, con gli attori dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. È uno degli ultimi testi di Miller, scritto nel 1980, ambientato nel 1929, all’epoca della Grande Depressione che causò la fine del Sogno Americano. Agli inizi della carriera, Miller non fu uno sperimentatore, la sua idea di teatro aveva come modello le commedie di Ibsen perché preferiva i drammi domestici o i drammi sociali senza, però, lasciarsi intrappolare da un facile realismo che cercava di soppiantare con espedienti tipici del simbolismo. A livello estetico-formale, si concedeva l’uso di flash-back. Con «L’Orologio americano» ne continua l’utilizzo, accompagnandolo con un linguaggio di tipo avanguardistico e con un uso sproporzionato di personaggi. Tutto ruota attorno alla famiglia Baum, un tempo benestante che, a causa della «bolla» finanziaria, sarà costretta a lasciare la grande casa per trasferirsi in un piccolo appartamento, fino a scivolare nell’indigenza. Come è noto, persino banche come la Lehman Brothers andarono in fallimento. Dicevamo dell’avanguadismo di Miller che, con «L’orologio americano», sperimenta uno spazio non definito che ha, per protagonista, il tempo, quello passato e quello presente che egli alterna con grande abilità, si tratta del tempo sconvolto dai meccanismi economici, dalle speculazioni finanziarie, dall’uso spregiudicato di azioni da immettere nel mercato, azioni che si riveleranno carta straccia, il tempo del progressivo indebitarsi di tante famiglie che non riusciranno a sopportare il costo della vita, tanto da non avere i soldi per pagare l’affitto e costrette a vivere in baracche improvvisate, fatte di cartone o di latta, le stesse che abbiamo visto, in una dimensione favolistica, in «Miracolo a Milano».