Si dice che il tennis sia lo sport dei gentiluomini, ma a leggere i bollettini medici pare un ospedale da campo.Sinner chiude la stagione per un tendine del ginocchio destro che non ne vuole sapere. Carlos Alcaraz ha lasciato a casa Parigi e Wimbledon per colpa di un polso, ed è scivolato al n.3 ATP, conquistando ieri il titolo a Tokyo dopo 8 mesi. Draper si sbriciola a pezzetti, un muscolo dopo l’altro, e la scalata ai piani alti resta un progetto. De Minaur, ieri a Pechino, ha alzato bandiera bianca in finale con Djokovic, che ringrazia e incassa. Poi c’è Lorenzo Musetti, il caso limite: ileopsoas a gennaio, braccio a Miami, retto femorale a Roma, anulare incrinato a settembre. Una trentina di partite in un anno, più fisioterapisti che palleggi. Si potrebbe pensare che giochino troppo. Nemmeno per sogno: Federer nel 2006 ne disputò 97, Nadal nel 2008 ne giocò 93, Nole nel 2015 ne fece 88. Numeri uguali, se non più alti, di quelli di oggi. Il fatto è che oggi ogni partita pesa il doppio. Campi lenti, palle pesanti, scambi senza fine, scivolate sul cemento che presentano il conto ad anche, ginocchia e caviglie. La Ptpa segnala un aumento del 42% degli infortuni a spalle e braccia nel primo trimestre, e del 53% dei ritiri in corsa. I Masters 1000 durano due settimane, le palline cambiano quasi ogni settimana per ragioni di sponsor, e di vere soste a casa non ce ne sono più. Federer e Nadal sapevano saltare un torneo per tirare il fiato; oggi non c’è tempo e spazio nel calendario. Intanto la cassa canta. Tabelloni a 96 nei 1000, più giorni di partite, più biglietti. Gli Us Open hanno superato il milione di spettatori. Ma la serata o la finale costano quanto un weekend, e le tribune si sono fatte eleganti e un po’ tiepide, come certi salotti. Il tennis ha trovato la formula per riempire gli stadi e svuotare le gambe di chi ci gioca e le tasche di chi ci va. Il conto, per ora, lo pagano soltanto gli atleti. Prima o poi qualcuno dovrà fare i conti, e non solo quelli del botteghino.
