Addio ghiacci perenni In Alaska l'oceano si alza e inghiotte isole e villaggi

«Il mare si è mangiato 300 metri di terra in pochi mesi». Anche la città di Barrow destinata a sparire

Marzio G. Mian

da Barrow (Alaska)

Tira un vento nuovo, dicono, come nuovo è l'oceano Artico che si para davanti. Scompare il ghiaccio, ogni estate c'è sempre meno bianco e sempre più blu, e il vento non trova infrangimenti, alza onde che non sfigurerebbero in California. Alcuni indigeni Inupiat, gli eskimo sparsi tra la sponda americana e quella russa dello Stretto di Bering, bevono whiskey sui blocchi che fanno da barriera davanti alla banchisa, guardano verso Nord: «Provano un misto di ilira e di kappia, la prima è una paura reverenziale, soggezione, la seconda è impotenza di fronte all'imprevedibile», dice Mike Aamodt, ex governatore del distretto di North Slope. È uno dei pochi bianchi qui e l'unico ad aver voltato le spalle alla propria cultura; il volto bello e istrionico ricorda Robert Redford, parla come uno sciamano eskimo: «Le profezie Inupiat da secoli ci preparano a un mondo che verrà messo sotto sopra dall'uomo bianco», dice. C'è anche il capitano Ned, 51 anni, uno dei balenieri più rispettati. Racconta che il pack non regge più il peso della bowhead, quando la issano per macellarla. «L'anno scorso siamo andati alla deriva su un'isola di ghiaccio di pochi metri per una notte intera, l'elicottero ci ha trovati per caso». Scuote la testa: «A mio padre non è mai capitata una cosa del genere».

Siamo a Barrow, Alaska, tra il mare di Chukchi a Occidente e il mare di Beaufort a Oriente. Cinquemila anime, è il villaggio più a Nord degli Stati Uniti, cinquecento chilometri oltre il Circolo polare e novemila da Washington; è la punta estrema del North Slope, (regione estesa quanto metà della Francia) dove la tundra degrada dalla barriera montuosa della Brooks Range sull'Oceano Artico. Nessuna strada porta a Barrow, c'è un volo giornaliero, d'estate i rifornimenti arrivano via nave. C'è la posta, la stazione di polizia, quella dei pompieri, l'high school per duecento studenti, un ospedale con 14 posti letto, due chiese luterane, un solo hotel che si chiama To the Top of the World, nessun bar (legale). Tutto il sistema idrico, telefonico ed elettrico è interrato in un tunnel scavato nel permafrost. Il primo cinema raggiungibile sta a quasi duemila chilometri. Il problema di Barrow, tuttavia, non è il cinematografo, ma la sopravvivenza. Ha gli anni, i mesi contati. Sta per cadere sulla linea del fronte, la Maginot del cambiamento climatico. «Questa è ground zero, saremo presto tutti rifugiati climatici», dice Mike.

Il mare avanza, le onde erodono la costa a grandi bocconi. «L'oceano si sta alzando in modo impressionante, in cinque anni sono scomparse tre isole qui davanti, Doctor Island, Martin Island e Igaliq Island. Il mio chalet di caccia, laggiù a Est verso Prudhoe Bay e le piattaforme petrolifere, l'ho dovuto retrocedere tre volte, il mare si è mangiato trecento metri negli ultimi mesi. Abbiamo ormai rinunciato a costruire barriere. E l'acqua salata penetra nel permafrost uccidendo i laghi e l'ecosistema. Negli anni Ottanta mi occupavo di costruzioni, il permafrost è sempre stato la migliore fondamenta, sostituiva il cemento armato, ma ora d'estate si scioglie per due tre metri di profondità». Accade ovunque ormai in Alaska, dal mare di Bering al North Slope, molti villaggi costieri stanno sprofondando nella brodaglia o vengono inghiottiti dal mare. Obama aveva stanziato 50 milioni di dollari per avviare la smobilitazione. Il comune di Barrow ha presentato ora il conto a Trump per le prime emergenze nel distretto: traslocare Point Lay, 400 persone, 40 case, 12 palazzine costa 500 milioni di dollari; Wainwright, 700 persone da spostare verso le montagne, sotto la Brooks Range, sono altri 800 milioni. È il «fattore P», massa di sedimenti organici non decomposti, ma congelati durante l'ultima glaciazione: un'area di sottosuolo che occupa il 20 per cento della regione artica, con strati che in Alaska raggiungono i seicento metri di profondità. È il fattore che potrebbe rendere chimerico qualsiasi sforzo di mitigazione e contenimento del riscaldamento globale. Un film horror, l'unico che guardano a Barrow. «Fai conto che il permafrost era il freezer del Pianeta, ora è al massimo un frigorifero», dice Mike.

Qualche miglio più a Est, lungo la costa, si trova quella che era una base segreta dell'aviazione navale negli anni Quaranta, avamposto contro la minaccia tedesca prima e sovietica poi. Smobilitata con la fine della Guerra Fredda, è ora una delle più importanti basi scientifiche polari. La chiamano la Cape Canaveral del Nord, ma qui lo spazio da studiare è quello circostante, l'Artico americano. I vecchi hangar sono stati trasformati in laboratori, gli scienziati risiedono nel compound e alternano le analisi con le missioni sul campo, che durano mesi in condizioni ancora estreme: «È come vivere nelle pagine del National Geographic», dice Anne Jensen, etnografa e archeologa. È tra i pochi ammessi nella Situation Room, centro interdisciplinare per lo studio del permafrost. Da qui escono dati che mettono di cattivo umore, come avere in anteprima la notizia che sta per piombare un asteroide come quello che eliminò i dinosauri: «Il carbonio imprigionato da millenni nella biomassa, decomponendosi, sprigiona anidride carbonica e metano, i gas serra più pericolosi, raddoppiando gli effetti del global worming». Attualmente, spiega, le emissioni riversaste nell'atmosfera sono di circa 550 giga-tonnellate, e il punto di non ritorno è stato fissato dal Summit di Parigi intorno alle mille giga-tonnellate: lo scioglimento del permafrost da solo sparerebbe nell'atmosfera tra le 1700 e le 1800 giga-tonnellate di CO2 e gas metano. Vuol dire un pianeta-fornace, inabitabile. Quello che però fa perdere il sonno all'archeologa Anne Jensen non è tanto il futuro dell'umanità, quanto il destino di quella passata che potrebbe venire alla luce dal risveglio del terreno e invece finisce in poltiglia: «Emergono reperti risalenti a 10, 15mila anni fa, delle prime civiltà artiche provenienti dalla Siberia attraverso lo Stretto di Bering; ho trovato addirittura murrine veneziane del Tredicesimo secolo, arrivate chissà come. Ma è una lotta contro il tempo. Ottengo il finanziamento per uno scavo e nel giro di poche settimane il sito diventa brodaglia. È frustrante».