Bocciature record al test per toghe: troppo ignoranti

All’ultima sessione per la magistratura ammessi 322 su 43mila domande, ma per la prima volta 60 posti restano scoperti. Preoccupati i docenti: "Alle prove scritte spaventosi errori di grammatica e ortografia"

Milano - La grammatica zoppicava. L’ortografia lasciava a desiderare. La forma espositiva, poi, meglio non parlarne. Che disastro. Doveva essere lo show di un pezzo di futura classe dirigente del Paese, invece il concorso per aspiranti giudici si è trasformato in uno psicodramma con vista sulle infinite lacune della scuola italiana. Elementare, media e chi più ne ha più ne metta. I numeri sono una radiografia impietosa del livello di apprendimento raggiunto dai nostri giovani.

Un pensierino alla carriera in magistratura l’avevano in 43mila. La prima robusta scrematura ha decimato gli aspiranti giudici: agli scritti sono stati ammessi solo 18mila candidati. Gli altri aspiranti, a casa. Al momento di prendere in mano la penna si sono presentati in seimila: circa quattromila giovani hanno consegnato tutti gli elaborati. Un campione interessante, uno spaccato dell’Italia di oggi.
Bene, solo 342 candidati sono stati ammessi all’orale. Meno del 10 per cento, anzi per essere precisi solo l’8,53 per cento. Insomma, la carica dei quattromila è diventata una ritirata. A tratti indecorosa non tanto e non solo davanti ai codici e al diritto ma nel rapporto con la lingua italiana, le sue regole, quegli elementi di sintassi e di analisi logica che sulla carta ci sono stati consegnati quando portavamo i calzoni corti.

«La conoscenza dell’italiano - spiega Matteo Frasca, giudice di corte d’appello a Palermo - è una precondizione per partecipare al concorso, ma alcuni candidati non ce l’avevano». Possibile? «Ci siamo trovati - prosegue Frasca - a fare la disarmante constatazione che in alcune prove c’erano errori di grammatica e di ortografia, oltre che di forma espositiva, testimonianze evidenti di una mancanza formativa che non è emendabile». Gli esempi il professore non li vuole fare: c’è la solita privacy, barriera insuperabile. Però Frasca una cosa la dice: «Se il mio maestro delle elementari avesse visto in un mio compito verbi coniugati come in certe prove che ci sono state consegnate, mi avrebbe dato una bacchettata sulle dita».

Chiaro? Il concorso è stato una parata delle mancanze della scuola italiana. Il risultato finale, poi, deve farci meditare: la Commissione ha proclamato solo 319 vincitori, più altri tre ripescati in extremis dal ministro Clemente Mastella con un suo provvedimento. Risultato finale, 322 nuove toghe, 58 in meno dei posti da coprire.

Un quadretto sconfortante. Ancora più nero se si tiene conto del fatto che 16 mila dei 18 mila ammessi alle prove non erano semplici laureati: no, erano avvocati, giudici onorari, funzionari della pubblica amministrazione, studiosi con tanto di dottorato. Insomma, siamo o dovremmo essere dalle parti dell’elite, al vertice della piramide sulla cui base è meglio stendere il canonico velo. Eppure, questa è la situazione. Frasca però non vuole esagerare con le tinte scure: «Certo, si impongono interventi sulla formazione scolastica e universitaria, ma abbiamo trovato anche candidati con livelli di preparazione eccellenti, punte esaltanti che inducono all’ottimismo».

E poi, la superselezione può essere letta nel solito modo double face: sarà anche un affresco dell’ignoranza della nostra gioventù, ma dimostra allo stesso tempo la severità, verrebbe da dire d’altri tempi, del concorso che sforna i giudici di domani. Il verdetto finale però è sconfortante; il livello medio di preparazione è quello che è: corpo a corpo con la favella di Dante, buchi profondi come crateri nel bagaglio culturale di ogni studente. Un bagaglio sempre più leggero che troppe scuole non hanno saputo riempire.