Caso Visco, i senatori a vita sono stampelle dell’Unione

Bagarre durante la discussione delle mozioni presentate dalla Cdl. Respinto per un solo voto il documento che chiedeva le dimissioni del viceministro. Decisivi Colombo, Levi Montalcini e l'astensione di Andreotti

Roma - Iniziato in souplesse, con i capigruppo dell’Unione che diffondevano fiumi di ottimismo («Abbiamo i numeri», «Sarà un boomerang per la Cdl»), il Visco-day di Palazzo Madama si conclude tra caos e crisi di nervi.

Con la maggioranza che tiene per il rotto della cuffia (un voto di differenza, l’assenza di Mastella, le astensioni degli ex ulivisti, i senatori a vita determinanti). Con votazioni tenute aperte per lunghissimi minuti, tra reciproche accuse sui «pianisti» che votano per gli assenti. Con i registi d’aula dell’Ulivo costretti a fare surreali ostruzionismi per serrare le fila quando ci si è resi conto che si stava davvero sul filo del rasoio. E con il presidente Marini che dallo scranno più alto esplode in un «Madonna bona! È un’indecenza!», rivolto a tutto l’emiciclo. A fargli saltare i nervi è il segretario d’aula dell’Ulivo, Francesco Boccia, che lo impegna per un quarto d’ora in un battibecco procedurale «senza fondamento», dice Marini, perché i senatori di maggioranza non sono in aula e bisogna prendere tempo.

Certo, il risultato finale è che le mozioni e gli ordini del giorno dell’opposizione contro il viceministro delle Finanze non passano, che «la spallata è stata un’altra volta respinta», come dice la capogruppo dell’Ulivo Anna Finocchiaro, e che il governo è «tranquillo», come assicura Prodi. Ma dentro la precaria maggioranza di Palazzo Madama i segnali di fumo e gli scricchiolii si moltiplicano, e il senso di precarietà si diffonde. Sono segnali le quattro astensioni del centrosinistra: certo al Senato valgono come voti contrari, ma è significativo che siano Willer Bordon, Roberto Manzione e Domenico Fisichella (assieme a Giulio Andreotti) a non votare «no» con la maggioranza. I tre, dissidenti fuoriusciti dall’Ulivo e tenuti sotto stretta osservazione nell’Unione, per tutto il pomeriggio hanno confabulato nei corridoi, per decidere la linea. «Per ora stiamo fermi», spiegava in un angolo Bordon a Fisichella. Prima di allontanarsi in chiacchiere con il forzista Ghedini, guardato con sospetto dai colleghi del centrosinistra.

E per «tenere», l’Unione è ancora una volta costretta a non prendere nessuna posizione, a non presentare alcun documento, a non offrire nessun segno ufficiale di fiducia ad un uomo del suo esecutivo messo sotto attacco. «Sono ancora in grado di respingere le nostre mozioni, ma non più di approvarne una loro», sottolinea il senatore azzurro Quagliariello. Per tenere insieme pro-Visco e anti-Visco di maggioranza, tocca al ministro Chiti pronunciare in aula una formuletta che metta d’accordo tutti, lungamente discussa con i capigruppo: «Dal 6 giugno scorso la sospensione delle deleghe del viceministro sulla Guardia di finanza è operante, la delega è tornata nelle mani del ministro dell’Economia. E oggi niente cambia». Visco dunque resta «congelato».

L’attacco che ha portato al voto di ieri, peraltro, è partito proprio da un collega di governo di Visco, il ministro Di Pietro. Che solo all’ultimo momento ha fatto fare dietro-front ai suoi senatori. Cesare Salvi, capogruppo di Sinistra democratica, attacca frontalmente in aula la «ritirata» di Di Pietro: «Forse doveva occuparsi di altre cose di giornata, come l’arresto del suo capogruppo alla provincia di Genova».

A Palazzo Madama nel centrosinistra ci si rimpallano veleni e sospetti. Mastella mancava alle prime due votazioni. «È a Porta a Porta? Spero gli sia andata meglio che a Ballarò, perché solo un trionfo in tv può giustificare la sua assenza», infierisce il solito Salvi. Il ministro si difende: «Se non c’ero al terzo voto, Visco non si salvava». E Lamberto Dini, il Sospettato numero uno? C’era, e ha votato tranquillo contro la Cdl. Ma dall’area centrista dell’Unione arriva un sussurro: «Per cercare di recuperarlo, Prodi gli ha offerto il posto di vicepremier, quando - e se - riuscirà a fare il rimpasto». Vero? Falso? Certo il sussurro è almeno verosimile, e la dice lunga sullo stato delle cose.