Tra maman e cultisti, l'inquietante evoluzione della mala africana

I gruppi di mafiosi africani sfruttano i nuovi schiavi e gestiscono lo spaccio di droga. L'avanzata dei Gatti Neri e gli strumenti per spostare il denaro che arrivano dalla tradizione islamica

L’ascesa delle mala nigeriana e delle mafie centroafricane è cristalizzato nell’individuazione dei gruppi criminali più pericolosi che operano sul territorio italiano e sui loro affari, le loro alleanze e i loro stratagemmi per garantire i trasferimenti di denaro.

Viaggiano in parallelo, per le organizzazioni subsahariane, due lucrosissimi affari: quello dello spaccio internazionale di droga e quello della tratta di immigrati. Le rotte sono le medesime e tutto si intreccia nelle pianificazioni e nelle attività delle maman e dei “cultisti”, le confraternite segrete che si sono poi specializzate in vere e proprie organizzazioni criminali transnazionali con solide basi in mezzo mondo.

Le maman gestiscono soprattuto le donne, il loro reclutamento, il loro arrivo in Europa e poi la consegna delle ragazze – irretite con promesse fasulle di impieghi da colf, cameriere o comunque legali e dignitosi – al marciapiede. Ricattandole con la superstizione del vudù, come da assodata "tradizione". A quanto risulta agli inquirenti, queste mezzane dedite ad affollare i canali della prostituzione in Italia, pescano a piene mani nella disperazione della regione di Edo, nella Nigeria meridionale. Sono considerate - di solito - i salvadanai della mala africana e hanno un ruolo di tutto rispetto all'interno delle organizzazioni internazionali che uniscono l'Africa all'Europa.

Per gli uomini, invece, rimane il destino da piccoli manovali in mano ai pupari dei loro stessi connazionali criminali. Rifiutarsi – dato che in queste confraternite si entra solitamente per cooptazione – è impossibile. E si rischia di far la fine di un giovane nigeriano a Palermo che venne sottoposto a ore e ore di barbare sevizie perché non voleva prestarsi a fare lo scagnozzo dei clan nigeriani e dei loro alleati siciliani.

Per la prima volta, la Dia nella relazione semestrale nomina i gruppi di “cultisti” più pericolosi e potenti. Accanto alla temibile Black Axe e al gruppo Eiye, si registra la minaccia dei Black Cats, i gatti neri che – per provare l’appartanenza alla setta criminale – si tatuano un gatto nero con un basco calzato in testo sulla spalla. Il gruppo è attestato in Campania dove, come spiega il documento della Dia citando un provvedimento cautelare emesso a marzo scorso dal giudice per le indagini preliminari di Napoli contro una gang di stanza a Castelvolturno, nel casertano: “Il gruppo è molto ricco, grazie ai proventi delittuosi ma anche grazie ad attività commerciali apparentemente lecite come bar, supermarket per africani, negozi di import-export e connection house. Tramite le loro imprese di import-export, introducono dall’Africa droga e altri beni”. I Black Cats "lavorano" fianco a fianco con la mala dei Casalesi. Che agli africani avrebbero garantito la gestione di alcune piazze di spaccio.

La forza organizzativa di questi gruppi attira membri di altre comunità africane, tra cui ghanesi e liberiani. Le cosche curano nel dettaglio un aspetto fondamentale della loro attività, quella del trasferimento del denaro. Che si muove su due canali fondamentali: quello del money transfer e quello dell’hawal, un antico strumento giuridico che affonda le sue origini nell’Islam medievale che coinvolge reti di agenti che, sulla sola base del rispetto alla parola data, si impegnano a trasferire somme contanti da una città all’altra.