Cos'è Black Axe. I misteri della mafia nigeriana

Da confraternita universitaria a mafia transnazionale con basi ovunque, dalla Sicilia al Giappone passando per il Sudamerica. Perché i nigeriani, adesso, fanno paura

È un gruppo potente e spietato che si chiama Black Axe. Ha tentacoli ovunque, si organizza su base locale e agisce con efferata violenza, pretendendo dai suoi membri l’ottusa fedeltà che si deve a una setta. La mafia nigeriana esiste, fa affari, offre “servizi” e sa mettere radici ovunque, dalla Sicilia fino al Giappone passando per il Canada e il Sudamerica.

L’ultima operazione delle forze dell’ordine a Palermo (23 arresti, di cui diciassette nigeriani finiti in manette) ha dimostrato come le cosche di Cosa Nostra tenessero in gran conto i nigeriani e offrissero loro di gestire in una sorta di outsorcing criminale, diversi affari per la mafia. E poi gli inquietanti sviluppi sul caso dell'omicidio a Fermo di Emmanuel Chidi Nnamdi, ai cui funerali avrebbero partecipato esponenti di spicco della criminalità nigeriana, riportano l’attenzione su un fenomeno che non può essere più sottovalutato.

Chi sono

La più temibile tra le organizzazioni rampanti della criminalità africana è la Black Axe. Nasce alla fine degli anni ’70 come confraternita religiosa all’interno dell'università di Benin, capitale dello Stato di Edo nel sud della Nigeria. Si evolve come la più potente e strutturata delle mafie, modellando una struttura transnazionale tanto agile quanto feroce.

Coniugano, i mafiosi nigeriani, l'innovazione dei nuovi business di internet alla tradizione di un sistema di reclutamento ferocissimo. Dall'impostazione di gruppo universitario, infatti, mantiene il carattere della cooptazione. Non ci si arruola nella Black Axe. E' la Black Axe che sceglie i suoi membri. E non ci si può opporre. Pena, ricatti e sofferenze inenarrabili come quelle subite e scoperte a Palermo da un giovane africano, violentato con un tubo di ferro, perché non voleva servire la malavita.

Hanno come simbolo un'ascia nera (da cui prendono il nome) che spezza le catene che stringono i polsi di uno schiavo. E' organizzata in zone, templi e forum, questi ultimi sparsi qua e là per il mondo. Nei forum si raccolgono gli esponenti della Black Axe sui territori extranazionali.

Che fanno

I rami d’azienda sono tantissimi. Dalla prostituzione, gestita con la complicità delle maman che tengono sotto scacco le ragazze con la minaccia del juju ovvero di maledizioni vudù, fino al traffico di esseri umani e al business dei matrimoni di convenienza. Negli ultimi tempi le consorterie africane hanno conquistato un posto importante nello spaccio internazionale di droga. Secondo la relazione della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, i nigeriani hanno piantato diverse bandierine in Colombia e in altre aree del Sudamerica. Da qui gestiscono l’acquisto e la spedizione di cocaina che avviene tramite gli “aviocorrieri”, ossia dei poveri disgraziati a cui vengono fatti ingerire gli ovuli con la droga. Da questa posizione riescono a tessere alleanze con le mafie tradizionali.

Se sono ormai acclarati i rapporti tra criminali nigeriani e mafia siciliana (oltre ai recentissimi casi di Palermo, la Dia nell’ultima semestrale ricorda che spesso e volentieri agli africani viene concesso addirittura il diritto di sedere nei mandamenti), meno noti e forse ancora più inquietanti sono i legami tra i malavitosi del Continente Nero e la yakuza giapponese.

La multinazionale del crimine

A sollevare il velo di omertà nel Paese del Sol Levante, furono alcune curiose inchieste. La prima sull’inconsueto aumento di matrimoni misti e la seconda su un locale di Kabukicho, il quartiere dell’acqua torbida, a luci rosse, di Tokyo. Qui, gli avventori in cerca di una serata di sesso venivano regolarmente derubati di tutto. Si scoprì che nel locale, le hostess (filippine) drogavano i clienti e portavano il bottino al titolare, un nigeriano che con quei soldi si stava costruendo una specie di palazzo reale in patria. Infine venne alla luce che era finito in mano alla gang africane lo spaccio di eroina.

Sembra che i nigeriani siano riusciti ormai ad affermarsi ovunque. In Canada, a Toronto, la polizia s’è scontrata con un solidissimo muro d’omertà che proteggeva, grazie alla gelida coltre della paura, le numerose, remunerative e violente attività della Black Axe. In Sudafrica, già alla fine degli anni ’90, i rapporti dell’Istituto per la Sicurezza Africana mettevano in guardia dal pericolo Black Axe: “Nonostante la consapevolezza della pericolosità e della forza di questi clan, gli arresti e le operazioni contro di loro rimangono sempre pochi rispetto alla loro effettiva forza. Gli agenti dell’antidroga che lavorano per le strade di Johannesburg ammettono che le loro azioni risultano inefficaci contro di loro in quelle zone che sembrano sotto il diretto controllo di questi signori della droga”.

Alla conquista di Internet

L’evoluzione più inquietante e profonda del gruppo è quella tecnologica. Black Axe folleggia sbarazzina tra i meandri della rete, conosce perfettamente i trucchi dell’hackeraggio. Grazie a queste competenze riescono a tenere le fila degli immensi trasferimenti di denaro sporco, che transitano quotidianamente sui canali dell’underground banking ossia dei servizi finanziari oscuri che si muovono nel lato oscuro della rete. Negli anni, sono diventati esperti delle frodi informatiche e delle truffe online. Che sono riusciti a trasformare in un affare estremamente redditizio. Muoversi nel sottobosco di internet consente all'organizzazione non solo di gestire i soldi ma di farne, a palate. Diversi e numerosi i campi d'azione: dallo spaccio fino alla ricettazione internazionale di auto rubate che fino a qualche tempo fa era uno dei marchi di fabbrica della consorteria più temuta di tutta l'Africa.

Commenti

Aegnor

Lun, 28/11/2016 - 13:33

L'unico paese al mondo che spende miliardi per importare mafiosi.

Ritratto di llull

llull

Lun, 28/11/2016 - 14:18

Bene; li abbiamo fatti entrare, anzi siamo andati direttamente a prenderli; li abbiamo sfamati, vestiti, rifocillati; abbiamo dato loro anche telefonino e paghetta; ora dovremmo pertanto essere contenti. Iniziamo invece a pagarne le conseguenze della nostra stupidità. Ovviamente, rivolgo l'accusa di stupidità a chi ha gestito stupidamente (e dolosamente) questa falsa immigrazione che altro non è che INVASIONE.

nomen-omen

Lun, 28/11/2016 - 15:40

I giovanotti di colore che chiedono soldi all'uscita dei negozi di tutte le città italiane sono palesemente gestiti da qualche organizzazione. Non bisogna dar loro niente.