Il trattato di Dublino è uno dei documenti più controversi dell’Unione europea in materia di migrazioni, perché nasce fortemente sbilanciato in favore dei Paesi del nord. La clausola da sempre contestata dai Paesi del sud riguarda il primo ingresso: a farsi carico delle procedure d’asilo sono i Paesi attraverso i quali i migranti penetrano nell’Ue. Italia, Grecia e Spagna sono quelli che hanno il maggior carico assoluto, specialmente il nostro Paese, e l’Unione europea non prevede procedure di respingimenti ai confini, anche se la Spagna le attua a Ceuta e Melilla e la Grecia, nonostante tutto, attua i pushback con i militari. Grazie alla spinta dei Paesi del sud, Dublino è stata in parte modificata, anche se il principio cardine dell’obbligo ricadente nei Paesi di ingresso rimane.
Il nuovo Patto europeo sui migranti va a sostituire il Sistema europeo di asilo con l’obiettivo di fornire ai Paesi un compendio di norme chiare per appianare le divergenze, anche interpretative, tra i governi. Per quanto riguarda Dublino viene introdotto l’obbligo di solidarietà tra i Paesi dell’Ue, che scatta nel momento in cui viene riconosciuta la “forte pressione migratoria”. Ciò significa che se un Paese si trova in una situazione di emergenza, può chiedere all’Ue che venga attivata la solidarietà ma è l’Europa ad avere l’ultima parola per accettare o meno la richiesta. E non solo: anche se viene accolta non si attiva il ricollocamento automatico, perché i Paesi possono anche rifiutarsi e decidere di pagare una “tassa” pari a 20mila euro a migrante. Ma questo meccanismo si presta a svariate possibilità di polemica con l’Ue da una parte e dall’altra, in quanto i Paesi del sud potrebbero contestare i criteri per stabilire la pressione o meno e quelli del nord potrebbero contestare i criteri per stabilire le percentuali di ripartizione nei singoli Stati.
Va poi considerato che ogni Paese usa parametri diversi per decidere se un migrante ha realmente bisogno di protezione e qui entrano in gioco le dinamiche politiche che allargano o stringono le maglie. In Italia, per esempio, la percentuale di accettazione è sotto il 36% mentre in Germania è sopra il 53%. Su un unico aspetto nella gestione i Paesi sono concordi: accelerare le procure. E su questo l’Ue è intervenuta snellendo la burocrazia, perché ora lo screening deve durare non più di 7 giorni e serve per mettere a sistema gli elementi identificativi. Successivamente si passa al cuore dell’iter e ogni Paese ha al massimo 12 settimane per stabilire se un migrante ha diritto o meno all’asilo. Durante questo periodo può anche essere ristretto in un hub all’esterno dei confini dell’Ue, che saranno creati sull’impronta di quelli italiani in Albania. Ma anche questo aspetto dev’essere ancora affinato. Quindi, l’elemento più importante che si lega a Dublino è il sistema Eurodac, una banca dati nella quale i Paesi di primo ingresso inseriscono i dati dei migranti. Grazie a questo si punta a contrastare il fenomeno dei flussi secondari: se un migrante è registrato in un altro Paese ed è ancora in corso la procedura, o deve ancora iniziare, viene rimandato da dove è arrivato. Ed è quello a cui punta la Germania con l’Italia e la Grecia, rivendicando la clausola: ma il nostro Paese ha già annunciato che tutti quelli arrivati prima del 12 giugno (giorno di attivazione del Patto) sono stati azzerati. Ed è oggettivamente presto per mappare quelli entrati dopo. La dichiarazione tedesca sembra più un modo per fare rumore e per attirare l’attenzione sull’applicazione del Patto.
