Il popolo dei voucheristi

Un enorme e variegato sottobosco di vecchi e giovani che vagano tra tabaccai e uffici postali delle città italiane con nelle mani le ricevute per ritirare il proprio "stipendio"

Dimenticate il posto fisso, il tempo indeterminato, la stabilità di un lavoro. In Italia è la società intera ad essere sempre più fragile e precaria, proprio come le attività lavorative che la compongono. Oggi è il popolo dei voucher ad incarnare questi sentimenti in salsa italiana, un enorme e variegato sottobosco di vecchi e giovani che vagano tra tabaccai e uffici postali delle città italiane con nelle mani le ricevute per ritirare il proprio «stipendio». Non li vediamo, ma è la nuova classe sociale di questi anni duemila: il voucherista. Camerieri, meccanici, agricoltori, operatori turistici, ma anche professori e lavoratori del settore culturale. Tra le figure professionali che ne fanno uso si trova davvero di tutto, anche se un 44% del totale risulta come «attività non classificata».

IL LAVORO È UN TAGLIANDO

Ma cosa sono esattamente i buoni lavoro? Valgono 7 euro e 50 centesimi di paga netta l’ora, a cui va aggiunto un euro e trenta di contributi previdenziali all’Inps, settanta centesimi di assicurazione infortunistica all’Inail e cinquanta centesimi di gestione del servizio. Il totale lordo è dieci euro. Il datore di lavoro ne acquista presso tabaccai o uffici Inps e il lavoratore può ritirare i soldi dopo 48 ore dalla fine della prestazione. Tutto semplice? Non esattamente. Oggi i voucher da 10 euro di valore nominale stanno vivendo un boom preoccupante. Nato nel 2008 per il solo lavoro estivo degli studenti nei vigneti, infatti, oggi il sistema riguarda centinaia di mestieri ed è tutto fuorché controllato. Tanto che lo scorso 22 marzo persino il Ministero del lavoro se ne accorto e ha lanciato l’allarme: nel 2015 il numero dei lavoratori coinvolti in prestazioni di lavoro accessorio è di un milione e mezzo di persone, mentre nello stesso anno il numero di buoni lavoro venduti è aumentato del 66% rispetto all’anno precedente. Doveva essere un modo per far emergere il lavoro nero, invece in soli nove anni il buono lavoro ne è diventato complice. «Più che è un’emersione dal nero molto spesso è un’espansione del grigio - dice Claudio Treves, segretario generale della Cgil - Nuove Identità Lavoro - perché molto spesso si tende a tutelarsi da eventuali ispezioni sottoscrivendo un voucher al giorno o tenendolo pronto nel cassetto».

I VOUCHERISTI

Proprio come è successo ad Antonia, studentessa che ha lavorato come cameriera per due anni con i buoni lavoro: «Venivo pagata con un solo voucher al giorno, rarissime volte con due. Il resto della paga, la parte più consistente, era sempre in nero. Se fossero arrivati dei controlli, io ero stata lì solo per una o al massimo due ore». Un’esperienza simile l’ha vissuta Katia, universitaria di Roma: «Sono stata pagata con voucher da 15 euro che prevedevano due ore di lavoro (ossia la sostituzione in pausa pranzo del principale). Ovviamente non era così, io lavoravo per 8, 9 ore e venivo pagata 15 euro con il voucher e la restante parte con contanti. Sono anni che lavoro in locali e pub e penso che purtroppo sia il modo migliore per far lavorare in nero». «Quando la prima volta mi hanno proposto la retribuzione coi buoni lavoro non pensavo di entrare in un tunnel così frustrante», a parlare è Francesco, lavoratore nel settore turistico a Milano. Quando spiega di cosa si tratta, si arrabbia: «E’ un sistema ipocrita ed offensivo, che non elimina il lavoro nero, ma anzi lo amplifica e lo maschera». «Oltre all’ampio uso truffaldino da parte dei datori di lavoro - continua il segretario Treves - rileviamo anche il rischio del fenomeno di sostituzione, ovvero l’interruzione del rapporto di lavoro con regolare contratto e la riassunzione in forma di buoni lavoro». Già, è proprio quello che è accaduto al padre di Antonia. Beniamino, 58 anni, dopo un rapporto di lavoro lungo 12 anni con regolare contratto come cameriere in un ristorante, nel dicembre del 2014 è stato licenziato e ha continuato a lavorare presso lo stesso locale con i voucher. Poi, però, non è stato più riassunto. Sì, perché nella galleria dei mestieri «a intermittenza» non ci sono soltanto i giovani, ma tante generazioni di italiani che per colpa della crisi si sono ritrovate a dover fare i conti con ricevute in una mano e contanti nell’altra.

IL COMPLICE JOBS ACT

«Il boom dei voucher è sospetto. Stiamo monitorando la situazione e studiamo misure per assicurare la tracciabilità», ha riferito le scorse settimane il ministro del lavoro Giuliano Poletti. Ma per molti la norma così com’è oggi va cancellata di sana pianta, prima che sia troppo tardi. D’altronde la riforma del lavoro di Renzi ha contribuito in maniera decisiva all’aumento esponenziale dei buoni lavoro. Il Jobs Act ha ampliato i confini del lavoro occasionale: cambiano non solo i margini economici (passando dal limite di 5000 a quello di 7000 euro all’anno), ma anche quelli concettuali - e così anche i lavori standard diventano prestazioni occasionali. E i contratti così come i posti di lavoro continuano a diminuire, checchè ne dicano gli spot del governo Renzi, cieco alla fuga di cervelli e conoscenze. D’altronde è di oggi la notizia che a febbraio la disoccupazione è risalita, decretando la fine dell’effetto incentivi che aveva fatto esultare il premier. Ora gli inattivi sono in aumento e luce all’orizzonte non se ne vede.

Commenti

Enrico78

Sab, 02/04/2016 - 13:47

Pazzesco, è un mondo che in pochissimi conoscono ma di cui ne fanno parte tantissimi. Solo in questo Paese possono verificarsi fenomeni del genere...grazie Renzi!