La Cina attacca i dazi Usa E pensa all'arma valutaria

Pechino: «A queste condizioni è impossibile trattare con Trump». Yuan, ipotesi svalutazione

La guerra dei dazi torna a far salire la tensione sullo scacchiere geopolitico internazionale. «Nelle circostanze attuali è impossibile intraprendere negoziati commerciali e le frizioni sono colpa degli Stati Uniti», ha tuonato Geng Shuang, ministro degli Esteri cinese raffreddando le aspettative di chi si attendeva una diversa evoluzione della situazione dopo il cinguettio accomodante spedito domenica da Donand Trump. Nel «tweet» The Donald si diceva «amico» del presidente cinese Xi Jinping: «La Cina abbatterà le sue barriere commerciali perché è la cosa giusta da fare, le imposte saranno reciproche e ci metteremo d'accordo sulla proprietà intellettuale» aveva scritto il presidente americano. Ma la tregua, dopo l'aumento delle imposte su allumino e acciaio da parte degli Usa, e il parallelo rialzo cinese su oltre cento prodotti americani, è durata poco.

«Da un lato, gli Stati Uniti stanno brandendo il bastone delle sanzioni, e dall'altro, stanno costantemente dicendo che vogliono negoziare. Non so perché stanno interpretando questa commedia» ha aggiunto Shuang. E la risposta di Trump non si è fatta attendere che, sempre attraverso Twitter, ha ricordato come le macchine cinesi importate negli Usa siano gravate da un'imposta al 2,5%, mentre quelle americane in rotta su Pechino siano penalizzate da un'imposta al 25%: «Tutto questo suona come un affare pessimo e stupido. Ed è andato avanti per anni».

Ma la guerra finanziaria sembra destinato ad esacerbarsi: Pechino, secondo indiscrezioni, sta valutando i potenziali effetti di un deprezzamento dello yuan. Un'arma finale, che impatterebbe però anche sullo stesso Paese asiatico. La svalutazione dello yuan potrebbe infatti sostenere l'export penalizzato dall'impennata dei dazi Usa ma, allo stesso tempo, metterebbe pressione alle aziende cinesi finanziate all'estero e rallenterebbe il processo di progressiva normalizzazione dei tassi di cambio voluto dai vertici del Celeste Impero.

Senza considerare poi che indebolire lo yuan avrebbe effetti globali, e rischierebbe di mettere a repentaglio i rapporti con gli altri partner commerciali internazionali. A Pechino rimerebbe infine un'ultima «bomba» da utilizzare nella guerra commerciale con gli Usa: i 1.180 miliardi di titoli di stato americani custoditi nelle casseforti cinesi.

Qualche maggiore indicazione potrebbe arrivare oggi quando Xi Jinping interverrà al Boao Forum for Asia ad Hainan. Nel frattempo, le borse europee, dopo qualche incertezza, hanno chiuso al giornata in territorio positivo: Milano +0,5%, Francoforte, Londra e Parigi +0,1 per cento.

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Ritratto di franco-a-trier_DE

franco-a-trier_DE

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