Apollo, i vagiti del cinema soffocati dal cubo di Apple

Ci venivano tutti per la Gina. Era la più bella di Milano. Ma finire sotto le lenzuola con lei, costava un botto. E molti andavano lì per far flanella. Solo guardare. I soldi per toccare una merce così vicina e irraggiungibile, non c'erano. Eppure la vedevano. A portata di mano. Occhieggiare impertinente fra le trame dell'intimo. Lusinga di un sospiro. Inafferrabile sogno dei sensi. Ed erano spasimi. Eccitazione in gabbia. Soprattutto quando la signorina se ne usciva accattivante. «Saliamo». Le mani sprofondavano nelle tasche, dove non galleggiava un centesimo. Scoprivano i buchi. E sfioravano la sfera del sé. Il più proibito.C'erano sconti. Ai militari, ma non ai ragazzi squattrinati. Tuttavia la riservatezza era salva. Il ventre della città digeriva il brulichio del desiderio. Nascondeva il popolo dei bramosi di un corpo femminile. Accondiscendente e senza veli. L'oasi del piacere a tariffa abitava all'1 di via San Pietro all'Orto. Ma non si vedeva. Era un paradiso di specchi e velluti. Accogliente eden della carne. Casa chiusa soltanto di nome. Aperta fin da metà Ottocento. Vi entravano ufficiali austro-ungarici. Riveriti aristocratici dal baffo bismarckiano. E l'inclita plebe degli esordienti della passione.Signorine dal tocco materno insegnavano ad amare. Mentre ad altri offrivano le loro forme come terreno di pascolo. E fingevano di aver raggiunto vette dei sensi mai toccate. Una trentina al giorno. Orgasmi bluffati. Peccatrici e peccatori erano ireprensibili figure che entravano in un anonimo locale. Sul corso. Il retrobottega li consegnava a letti di seta e di gemiti. Un dedalo di oscuri pertugi allargava gli orizzonti della voluttà. Anticamera della concupiscenza. Nelle viscere di quella città occulta, segreti cunicoli conducevano dongiovanni in erba o millantanti casanova al Padiglione Cattaneo. Ritrovo di successo, popolato da donnine allegre che esercitavano il mestiere dietro il paravento da entraineuses. Fu il boccone di uno scapigliato. Il 1869 era al tramonto.Carlo Righetti era un ribelle. E ce l'aveva con tutti. Con il manierismo della cultura dominante. E perfino con se stesso. Al punto da stropicciare il suo nome con un'anagramma fino a ribattezzarsi Cletto Arrighi. Coniò perfino quel titolo di Scapigliatura che riuniva gli anticonformisti come lui. Poi scucì un'eredità considerevole e investì 35mila lire per trasformare quell'ex magazzino di mobili - brulicante di signorine con codazzo di clienti - nel Teatro Milanese.Il Tecoppa nacque lì. Su quel palcoscenico. Aveva i mille volti dell'emarginazione ruspante. Brumista o giocatore del lotto. Imbroglione occasionale o falsario professionista. L'accusato in Pretura o il furfantello che irrideva la legge. Ma inteneriva. Certo, non era tipo da lavorare. Con il cilindro sciancato e l'andatura dinoccolata, bighellonava perditempo. Nella sua palandrana nera che infagottava un panciotto da cui usciva una voce impastata dall'alcol. Cucito sulle fattezze di un fabbro del Ticinese, Edoardo Ferravilla ne aveva fatto la più affezionata delle sue macchiette. L'unica che tornava in scena. Come non lo furono el sciur Pànera e il Gigione. Sopravvisse al suo creatore e attraversò due secoli. Era. Insomma. Un personaggio.Il Teatro Milanese non fu solo la culla del Tecoppa. Ma di un'arte. La Settima. Quella che divenne un'industria. Il cinema. A poco più di trent'anni, Giuseppe Filippi, un cuneese di Milano, aveva già vissuto molte vite. Orfano in tenera età, avviato al sacerdozio in seminario, pentito dell'abito talare, approda all'ufficio postale dove Giuseppe Verdi quotidianamente ritira i vaglia dei diritti d'autore. Diventano amici. Ma soprattutto, il baffuto e intraprendente piemontese con il pallino della fotografia familiarizza con un conterraneo, Vittorio Calcina, un agente dei Lumière.Finì che Filippi iniziò a lavorare per Auguste e Louis. E quella sera del 28 dicembre 1895, in Boulevard des Capucins, al Grand Cafè parigino, c'era anche lui. Raccolse i primi vagiti in celluloide e li portò a Milano. Il 29 marzo del '96 quelle pionieristiche pellicole furono proiettate in esclusiva italiana sullo schermo di quello che oggi è l'Apollo. E quell'arte che nasceva a tavola, davanti al seggiolone di un bebè, imboccato dai genitori e filmato dallo zio, arrivò nel paradiso della gastronomia mondiale. Ma la Storia non servì a rendere immortale quel teatro. Nel 1902 chiuse. Ci volle quasi mezzo secolo perché riaprisse come Mediolanum. Ma visse solo sette anni, fino al '53.Il dio pagano delle arti vi entra nel '59. Da un pugno di mesi aveva chiuso la sala di via Nirone dove non ebbe fortuna. Vi era arrivato dopo oltre tre decenni dalla chiusura di un precedente Apollo che, dai primi del secolo fino al '25, aveva fatto bella mostra di sé sotto i portici lungo il Duomo. Dove oggi è una pizzeria espresso. L'odissea di quella divinità terminò nei sotterranei di quei paradisi del piacere. Li abolì la senatrice Lina Merlin. Era il '56 e, nel caso di San Pietro all'orto, fu padre Turoldo a lanciare l'allarme. Troppo vicini a un luogo di culto. E chiusero tutti.Le voragini delle bombe facilitarono il compito di chi voleva allestire cinema nel sottosuolo. Toccò a Jack Lemmon e Tony Curtis, vestiti da donna per mescolarsi alla compagnia di Marilyn, inaugurare l'Apollo. Un fascio di luce proiettava sul grande schermo A qualcuno piace caldo e il cieco amore di Osgood il barcaiolo per Lemmon, finta femmina. Nemmeno quando si smascherò. E gli rispose che, in fondo, «nessuno è perfetto». Furono 45 anni di gloria. Si fumava, un tempo, in sala. Mentre Butch Cassidy sparava. E Ninì Tirabusciò faceva «la mossa». Fellini descriveva la «sua» Roma. E John Travolta ballava Grease. Poi fu vietata anche la sigaretta. E con Master & commander si chiuse un'epoca. Era il 2004 e la sfida dei multiplex la raccolse un produttore quarantenne dinamico e volitivo. Lionello Cerri lasciò all'ingresso la vecchia insegna che profumava degli anni d'oro. E l'Apollo di Veio. Creò cinque sale e a tutte diede il nome di un mito. Dafne. Urania. Gea. Elettra. Fedra. Profumo di Grecia antica, cuore di cultura e civiltà. Quel cinema è un pezzo di noi. Tutti. Oggi, nuovi anni Dieci, inizia un'altra era. Quella di una mela morsicata che ha cercato casa ovunque. In centro. Perse la partita con Prada in Galleria. L'ha vinta contro il grande schermo. Immobiliare cinematografica, che ha dato in gestione l'Apollo a Cerri, ne ha venduto i locali agli eredi di Steve Jobs. E il cubo di Apple sorgerà in piazza Liberty. Dove si scenderà nei meandri del piacere che fu. E dei sogni in celluloide cullati fino a ieri.