«Quella banda raccontata da papà Jannacci»

Dire Ortica, a Milano, significa pensare a Enzo Jannaci. E a quella malin-comica storia del poveraccio che, come diceva la canzone (pubblicata per la prima volta nell'album «Sei minuti all'alba», nel 1966, ndr), «faceva il palo, ma l'era sguercio, non ci vedeva quasi più».

Storia di vecchia mala, di Milano scomparsa, di case di ringhiera e di dialetto che sa dire tutto, anche quello che vien taciuto. In quel periodo che va dalla fine della guerra agli anni '50, con i palazzi vecchi e nuovi a contendersi gli spazi e la «ligera», la microcriminalità «leggera», a infilarvisi. Un mondo che, una volta scomparso, è rivissuto nelle sette note, e nelle voci di Jannacci, Giorgio Gaber, Ornella Vanoni, Nanni Svampa e i Gufi.

«Papà diceva che quella Milano l'aveva fregata la velocità, le macchine soprattutto», spiega Paolo Jannacci, memoria in pensieri e note di papà Enzo, musicista jazz oggi impegnato in un progetto in studio ma anche nelle tappe del live In concerto con Enzo .

«Uno spettacolo - dice - che parte concerto e finisce salotto, dove affronto le canzoni di papà e ne racconto l'anima. All'inizio ero un po' timoroso all'idea, poi ho constatato che il pubblico apprezza, e gli amici mi hanno sostenuto: tanta gente ha ancora voglia di sentire le canzoni di mio padre». Della famosa canzone scritta da Jannacci con Walter Valdi, Paolo ricorda: «Era una di quelle piccole storie molto simili a quelle che papà amava raccontare a casa nostra sugli anni della Milano della guerra, quella delle sirene e dei bombardamenti. Lui sebbene fosse stato abbastanza fortunato, ricordava la povertà, e una certa criminalità che nasceva dalla fame: era sempre un attività contro la legge ma nasceva da presupposti diversi da quelli dell'avidità.

Le storie di periferia lo coinvolgevano, le captava dai vicini di casa, dalle strade in zona Forlanini, via Sismondi e Città Studi, quella parte di Milano alla quale era sempre rimasto legato».

E quel quartiere un po' paese a sé, l'Ortica, non poteva che essere un microcosmo perfetto per la sua immaginazione: «Valdi aveva scritto il testo di Faceva il palo in dialetto stretto – spiega ancora Paolo – Enzo riteneva che tradurla in italiano avrebbe portato lo spirito della milanesità a tutti, anche al sud. Papà voleva essere capito da tutti, poi magari era un tipo che non amava troppo le interviste. La storia del palo dell'Ortica aveva quell'ironia e sottile malinconia che erano sue. Che è poi la stessa declinata al cinema da Mario Monicelli, con I soliti ignoti : quelli che rubano e sognano di cambiare vita ma poi non hanno i numeri. Ce ne sono ancora oggi, ci mancherebbe, ma quelli lì avevano un'altra poesia».