Il Comune chiude le porte a D&G

Neanche un mese fa Giuliano Pisapia era arrivato elegante (e a sorpresa) all pranzo di chiusura delle sfilate di moda maschile organizzato dalla Camera della moda e l'Uomo Vogue per celebrare il matrimonio Comune-fashion dopo due anni di polemiche - e stangate - continue. «Non facciamoci scippare la moda dalle altre città europee» è stato l'invito del sindaco ad un percorso di condivisione. «Io e la giunta - aveva assicurato - siamo convinti che Milano non riuscirà solo a far sopravvivere, ma a rilanciare anche il territorio valorizzando sempre più eccellenze quali la moda». Il nuovo corso partirà a settembre per la settimana delle collezioni Donna, il Comune ha promesso un cartellone di eventi unico nello stile del Fuorisalone del Mobile con eventi dal centro alla periferia. E i contatti con la Camera della moda sul programma - causa ferie estive - sono già serratissimi, bisogna evitare sovrapposizioni, pensare a defilè aperti al pubblico, location pubbliche da riservare agli stilisti. Ma l'assessore alle Attività produttive Franco D'Alfonso inizia a dettare le condizioni. E ieri - premettendo che da parte loro non è arrivata finora nessuna richiesta - ha già avvertito che qualora «stilisti come Dolce e Gabbana dovessero avanzare richieste per spazi comunali, il Comune dovrebbe chiudere le porte, la moda è un'eccellenza nel mondo ma non abbiamo bisogno di farci rappresentare da evasori fiscali». Una sassata che rischia di aprire l'ennesimo strappo tra la giunta di sinistra e il mondo della moda proprio quando Pisapia cercava di riannodare i fili.
Lo scorso 19 giugno Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati condannati in primo grado a un anno e 8 mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena, per la presunta evasione fiscale di 200 milioni di euro. Il giudice Antonella Brambilla nella sentenza ha riconosciuto gli imputati colpevoli di omessa dichiarazione dei redditi ma li ha assolti dall'accusa di dichiarazione infedele per 800 milioni «perché il fatto non sussiste». D&G, che dovranno versare all'Agenzia delle Entrate 500mila euro, hanno già annunciato il ricorso in appello per dimostrare la piena innocenza.
Ma D'Alfonso ha evidentemente già scritto la sentenza finale. E non si limita al caso particolare, ma estende a chiunque, dai marchi della moda allo sport o altre categorie considerate di eccellenza, il principio secondo cui «agli evasori fiscali non bisogna dare vetrine, non è affare nostro fornire “palcoscenici” a chi ha evidentemente tutte le disponibilità per procurarseli, la giunta ha discrezionalità per le proprie sedi e progetti, non deve interessarci legare l'immagine e sponsorizzare questi marchi, non è il lustro che cerchiamo». E non ne fa neanche una questione di danè, anzi. Sedi «come il Castello o piazza Duomo», per dire, «a stilisti come Dolce e Gabbana» sempre per dire, «non dovremmo concederle neanche se pagassero fior di quattrini». E poi Milano non si lamenti se la moda scappa a Parigi o in Cina.