L'Expo dal 1906 al 2015 tra incendi e terremoti

L'Esposizione universale si trasferisce dalla metropoli all'hinterland I disastri naturali di ieri e di oggi e la provvisorietà delle strutture edili

Quando la nube di cenere, lapilli e lava oscurò il cielo di Napoli, nessuno avrebbe mai pensato che quella cortina di fuoco sarebbe arrivata a Milano. Sputata dalle viscere della terra, quella furia irrefrenabile divorava l'aria per quattro chilometri. Verso l'alto. Ricadeva al suolo e mandava in fumo paesi. Bruciavano le pendici del Vesuvio. Ma bruciò anche Expo che, allora - era il 1906 - come oggi, si teneva sotto la Madonnina. E nessuno aveva voglia di ridere, mentre Posillipo piangeva. E guardava morire frammenti di sé. Se ne andarono in duecento. Altrettanti rimasero feriti. Oltre 34mila i profughi e dispersi. E l'apertura dell'Esposizione universale slittò.

Nulla era in ordine nemmeno il 28 aprile, ma da sei giorni il vulcano non accusava più le sue geotermiche convulsioni. E Vittorio Emanuele III, che a Napoli era nato 37 anni prima, venne in visita al Castello. Forse era il destino. O forse è sempre questione di destino. Expo a Milano uguale terremoto. Dopo le scosse dei rigurgiti vesuviani, sussulti tellurici distrussero San Francisco. Poi il Cile. Infine la Sicilia. Termini Imerese. Ma in quella terra che si ribellava, in fondo, tutto era nato. L'edizione del 1906 doveva essere inaugurata dodici mesi prima, per celebrare un traforo - quello del Sempione - che, in ritardo sui tempi, fece saltare anche la vetrina internazionale. Così il rinvio fu doppio.

Cambia il secolo. E il millennio. Ma il convitato di pietra è sempre il terremoto. Nepal distrutto. Migliaia i morti. Gli operai asiatici, nel padiglione milanese dello stato himalayano, lavorano con il cuore in gola. Mentre i congiunti scavano con le mani in quelle montagne martoriate. La poesia della festa d'apertura è cancellata dall'incubo. La salvezza ha il sapore strozzato di comunicazioni interrotte. Anoressia di notizie. Vorrebbero partire. Sanno di non potere. Poi due squadre di colleghi bergamaschi e bresciani si offrono al loro posto. Lavoro gratuito. Solidarietà di un ritorno possibile.

Ancora la terra - quella che nutre il pianeta, stavolta - si è ribellata. Ai giganti che la sfruttano.

Fra la Domodossola-Brig e l'ecosostenibilità sta una storia fatta di voli. E fiato mozzato. Cieli solcati da mongolfiere. Poi dal Concorde. L'inquinamento. Mai controllato allora. Sempre fuori norma oggi. E da un pallone aerostatico sopra l'Arena - che in cento e passa anni ha sempre la stessa faccia - l'Expo dei primi del Novecento era stato addirittura filmato. Aveva i baffi furbi e rigogliosi dell'epoca, Luca Comerio. E di mestiere scattava fotografie. Ma l'immagine fissa non gli bastava. E, dopo aver ritratto la coppia reale, averle mandato l'ingrandimento, si trovò un ordine di cinque copie e un'assunzione come fotografo di casa Savoia. Col primo stipendio staccò un biglietto per Parigi e acquistò una cinepresa Pathé. Tornato a Milano, la usò per quello che aveva sempre fatto. Documentare avvenimenti. Salì su una mongolfiera e girò una sequenza su quell'Expo visto dal cielo.

Siccome nessuno è profeta in patria, il padre della filmografia milanese morì in miseria. Mantenuto dalla seconda moglie - beffa di una vita intera - cassiera di un cinema, forse unica vera fonte della sua vita. Oggi quelle pellicole sono in cineteca e a lui è intestata una strada. Trofeo toponomastico che ha premiato anche i sindaci di quell'Esposizione. Due. Ieri come ora. Ma a parti capovolte. Giuseppe Mussi era un radical chic ante litteram . Ricco rampollo di una famiglia borghese, aderì alla sinistra storica e a trent'anni era già deputato. Contestando, finì nel laticlavio. Primo cittadino di Milano lo divenne ad anni 63, fiore all'occhiello di una carriera politica che lo installò anche in Senato. A progettare Expo fu la sua giunta radicale, sedotta da quella avveniristica ferrovia. Tema, i trasporti. Ma non ce la fece. E morì anzitempo.

Allora toccò al cumenda , anche se era un varesino di Gallarate. Fu affar suo aprire quella vetrina. Ettore Ponti era figlio di filantropica schiatta. Con l'eredità di zio Francesco fece costruire un padiglione all'Ospedale Maggiore - l'attuale Policlinico - e glielo intestò. Guidava una maggioranza liberale, come la Letizia cent'anni dopo. Ed entrambi erano aristocratici. Marchese ad onor di Expo, lui, che fu investito dal re di titolo trasmissibile ai primogeniti, proprio quel 28 aprile 1906. Contessa e baronessa, lei, che per i nobili quarti da parte di mammà, ha fatto collezione di cognomi. E ai natali Arnaboldi Brichetto ha aggiunto prestigio, prendendo ottimo partito. Moratti. Però a tagliare il nastro dell'Esposizione dei record non è stata lei ma il «sinistro» Giuliano Pisapia, figlio di un giurista di chiara fama e avvocato lui stesso, «Paperone» dei milanesi e amico degli autonomi che hanno contestato Expo. La differenza è che il cumenda si tenne quell'evento sotto l'ala, l' avocatt l'ha esteso all'hinterland. Ovunque però si andava in metrò. Perché anche nel 1906 Milano aveva la sua metropolitana. Sopraelevata e leggera, ma l'aveva. Era lunga quattro chilometri e univa i due poli, la grande area dietro il Castello che oggi è il parco Sempione e la piazza d'armi che, un ventennio dopo, sarebbe diventata la Campionaria. Oggi, a Rho, si arriva con la rossa, come è chiamata la decana delle reti sotterranee, ma la tariffa è extraurbana.

Eppure i due siti di ieri equivalgono a quello di oggi in estensione ma, per tutti, la metropoli del Duemila è in overdose di cristiani. Nella prima età giolittiana Milano non arrivava a 500mila abitanti tra città e sobborghi, ma ospitò dieci milioni di visitatori per quell'evento. Ora i milanesi sono un milione e 300mila e vedranno raddoppiare i turisti di allora. Sia come sia, in quella superficie espositiva di 996mila mq di inizio Novecento si presentarono 40 Paesi. Un secolo dopo, sono 145 nazioni - cioè oltre il triplo - a dividersene un milione e cento. Poco di più, insomma. E si soffoca. All'epoca tutto fu poi rimosso. Di quei prefabbricati in legno del 1906 è resistito solo l'Acquario. Complice un incendio che rase al suolo la Galleria d'arte decorativa italiana e ungherese. Ricostruita a tempo di primato. Ma poi smontata. Definitivamente. È rimasto solo un parco e un pacco di cartoline. Quelle che ha collezionato un ghisa in pensione, Ampelio Vimercati. E un parrucchiere vicino a via Gioia. Lo stesso accadrà l'1 novembre. E non resterà più nulla. Solo un mazzo di fotografie. Allora. Come oggi.

Ecco il biglietto di ingresso a Expo nel 1906 quando non c'erano molte formule se non quelle che «aiutavano» anziani e bambini. Oggi esiste il biglietto per famiglie che tuttavia non risolve i problemi dei costi all'interno del sito, dove una giornata per un nucelo famigliare di 5 persone può arrivare a costare 400 euro. «Storie di Milano» è sempre alla ricerca di foto d'epoca. Chi volesse inviarne può usare la mail storiedimilano@ilgiornale.it. Noi le pubblicheremo.