Quei capolavori veneziani che stupirono il mondo

Da novembre in piazza Scala una grande mostra con oltre cento opere di Canaletto e del nipote Bellotto

Due veneziani fecero impazzire le corti d'Europa del Settecento: erano due vedutisti capaci e raffinati, tra loro persino parenti, Antonio Canal detto «il Canaletto» (Venezia 1697-1768), zio di Bernardo Bellotto (Venezia 1722 - Varsavia 1780).

Ma la storia si complica perché se facciamo i loro nomi agli studiosi austriaci, polacchi e cechi e di quelle nazioni dell'Europa dell'Est che oggi ancora conservano molte delle loro opere, potremmo essere fraintesi: da loro il «vero» Canaletto, il più raffinato dei due, è il Bellotto.

Il Longhi la pensava diversamente: per lui Bellotto era il «poco meno grande nipote» del Canaletto (Antonio). Gli affascinanti intrecci delle loro vite e opere sono al centro della mostra «Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce» (dal 25 novembre al 5 marzo, catalogo Silvana editoriale) alle Gallerie d'Italia di Intesa Sanpaolo di piazza della Scala, realizzata grazie all'attenta curatela di Boena Anna Kowalczyk.

«Bellotto migliore di Canaletto o viceversa? Non lo direi mai. Possiamo dire che Canaletto, il nostro Canaletto, ha inventato il vedutismo grazie a particolari procedimenti espositivi che sfruttavano le teorie razionaliste e gli studi di ottica, costruendo le sue vedute in una gabbia prospettica. Suo nipote, il Bellotto, quando arriva nello studio del maestro si trova già questo lavoro fatto, ne intuisce la grande portata, capisce come rendere le vedute realistiche e come far diventare monumentale e magnifico ogni paesaggio dipinto», spiega la curatrice.

A fine novembre ci attende un'infilata di capolavori: su un centinaio di pezzi, un terzo non è mai stato esposto in Italia. Spicca «La Piazza San Marco» del Bellotto, eseguita nel 1742 e proveniente dal Cleveland Museum: è un quadro enorme, lungo oltre due metri, il cui studio a raggi X ha permesso di capire la maniacale precisione dei disegni e dello studio della luce dell'artista veneziano. L'opera è l'immagine-guida della mostra e va messa a confronto con l'altra «Piazza San Marco» del Canaletto di soli dieci anni successiva, per secoli patrimonio di Alnwick Castle, nello Yorkshire. Tra disegni, dipinti e incisioni, vi sono altri prestiti importanti dalla Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda, dallo Zamek Kròlewski di Varsavia e dal Castello Sforzesco di Milano e poi anche da Brera, Capodimonte, dal Correr di Venezia, dall'Hermitage di San Pietroburgo.

È anche una mostra milanese questa: Boena Anna Kowalczyk conferma che il Bellotto, poco più che ventenne, soggiornò almeno sei mesi nella nostra città, innamorandosi del verde della campagna, che studiava dalle parti di Vaprio e Gazzada, vicino a Varese, prima di recarsi a Torino e da lì a Londra, Varsavia o Dresda. Proprio la recente riscoperta dell'inventario di casa di Bellotto a Dresda ha permesso di conoscerne la biblioteca, gettando una nuova luce sulla sua personalità, tutt'altro che vassalla del celebre zio: «Possedeva un migliaio di volumi: era un collezionista curioso», spiega la studiosa annunciando che il documento sarà esposto a Milano.

Sarà un inverno all'insegna dei grandi maestri della pittura: a fine ottobre inaugura a Palazzo Reale l'ampia monografica sul fiammingo Pietro Paolo Rubens e sulla nascita del Barocco e il sindaco Beppe Sala ha annunciato ieri il «Capolavoro per Milano» esposto durante le festività natalizie a Palazzo Marino, gratuitamente come da tradizione. Siglato l'accordo con il sindaco di Borgo San Sepolcro per portare in sala Alessi la «Madonna della Misericordia» di Piero della Francesca.