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Personaggi

“Vittorio nel girone della sofferenza. Ma in questo inferno ci sono anche angeli”

Sgarbi ricoverato al Gemelli. Il racconto della compagna: mentre si cammina verso la sua camera, l’ospedale si rivela luogo di dolore ma anche di speranza

Paolo Di Paolo intervista Vittorio Sgarbi durante la XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino Friday 17 maggio 2026 - ( Photo Mauro Ujetto / LaPresse ) Paolo Di Paolo interviews Vittorio Sgarbi during the XXXVIII edition of the Turin International Book Fair on Sunday 17 May 2026 - ( Photo Mauro Ujetto / LaPresse )

Di solito questa pagina di Copernico ospita un articolo di Vittorio Sgarbi. E prima di Copernico ci fu Controcultura. Di fatto la rubrica Davanti all’immagine compie dieci anni nel 2026. Ma come sapete il nostro Vittorio è ricoverato in condizioni stabili al Gemelli di Roma. Non abbiamo però voluto rinunciare alla sua presenza neppure in questa occasione. Ce ne parla Sabrina Colle, compagna di Vittorio.

Andava tutto bene martedì dopo che Luca, l’infermiere inviato a casa dal Policlinico Gemelli, aveva provveduto all’idratazione per Vittorio e alla somministrazione di un antipiretico. Ma al risveglio del giorno dopo, mi accorgo che Vittorio non respira bene. Non c’è tempo da perdere, si corre al Gemelli. Rimango sola nella sala d’attesa del Pronto Soccorso, fino a quando mi comunicano che potrò raggiungere Vittorio nel Reparto di Rianimazione. È un labirinto il Gemelli, ci si perde facilmente, ma muoversi nei suoi meandri mi fa attraversare tante corsie che altrimenti non avrei visto, ognuna delle quali con un pezzo di vita diverso da mostrare. È perfettamente in grado, più di qualunque saggio o opera d’arte, più di qualunque riflessione, di fornire una rappresentazione concreta della vita in quelli che sono i suoi passaggi biologici essenziali.

C’è la nascita, il prodigio quotidiano, mai esauribile nella sua meraviglia. C’è la malattia, eventualità, ahimè, altamente probabile per tutti noi che apparteniamo a un mondo imperfetto, nel quale dobbiamo continuamente lottare per la sopravvivenza, difendendoci dalle minacce di geni, batteri, virus e parassiti. C’è poi l’invecchiamento, inesorabile, che ci rende vulnerabili. C’è infine la morte, inevitabile conclusione della nostra esistenza che, paradossalmente, lascia spazio alle generazioni future. Al Gemelli, questa straordinaria città della vita, gioia e dolore non sono separati, ma convivono, proprio come nella realtà.

In un reparto si assiste alla felicità di una nascita, mentre pochi corridoi più in là si incontrano l’angoscia di una malattia, la sofferenza di chi la vive e dei suoi familiari o, nel momento più drammatico, lo sconforto per la perdita di una persona cara.

Attraversare quelle corsie, proprio mentre sto vivendo uno dei momenti più difficili della mia vita, è stata un’esperienza profondamente toccante, che mi ha fatto comprendere con una chiarezza mai provata prima quanto la nostra esistenza sia fragile e preziosa.

Mentre mi avvicino al Reparto di Rianimazione, con la mente attraversata da mille pensieri, mi accorgo che tutto ciò che ho visto lungo il percorso mi ha trasmesso un inatteso senso di conforto.

Ho potuto constatare personalmente quanto sia importante il modo in cui medici e infermieri si rivolgono ai pazienti e ai loro familiari. Una parola pronunciata con il tono giusto, un gesto di attenzione, uno sguardo comprensivo, possono instaurare immediatamente quel rapporto di fiducia che, nei momenti più difficili, ci fa sentire protetti e nelle mani giuste.

Ogni ospedale dovrebbe rappresentare una delle espressioni più alte di umanità e civiltà. Perché è proprio nel modo in cui ci prendiamo cura di chi soffre che si misura il valore di una società. E che conforto vedere tanti meravigliosi giovani che, instancabili, spingono lettighe, chiamano ascensori, accompagnano i pazienti, trasportano apparecchiature, rispondono alle chiamate, danno indicazioni ai familiari disorientati e si fermano ad ascoltare chi ha bisogno di una parola di rassicurazione. E, nonostante la responsabilità del loro lavoro, trovano sempre il tempo per un gesto premuroso. Sono piccole attenzioni che, per chi vive ore di angoscia e di incertezza, assumono un valore immenso.

Poco prima di varcare la soglia del reparto, mi fermo un istante. Davanti a me, un giovane sanitario in camice verde sta spiegando con grande delicatezza a due donne anziane le condizioni, forse ormai irreversibili, di una persona a loro cara. Le due donne non riescono a trattenere le lacrime. Lui non si limita a comunicare una difficile verità clinica. Le conforta, porge loro dei fazzoletti di carta, posa una mano sulle loro spalle, cerca in ogni modo di alleviare, anche soltanto per un istante, il loro dolore.

Osservo quella scena mentre anch’io vivo la mia attesa, con le mie paure. E forse proprio per questo ne comprendo ancora più profondamente il significato. Mi rendo conto che il Gemelli non è soltanto un luogo in cui la vita si manifesta in tutte le sue espressioni, dalla nascita alla morte. È anche un luogo in cui si impara ad affrontarla, attraverso la competenza, il rispetto e, soprattutto, l’umanità.

Quello che ho visto non ha cancellato la mia angoscia, ma mi aiuta a sopportarla. E penso che saremmo tutti persone migliori se riuscissimo a portare fuori da questi corridoi la stessa sensibilità, la stessa attenzione e lo stesso rispetto verso chi ci sta accanto.

Adesso sono davanti alla porta del Reparto di Rianimazione. Posso finalmente entrare.

Dall’altra parte di quella porta c’è Vittorio.