Silenzio, «torna» Toscanini Il maestro che amò Milano

Il giornalista Rizzi racconta il carattere del direttore che si piegava solo alla melodia. Sfidò perfino il Duce

Elena Gaiardoni

È il 28 dicembre 1925. In prefettura a Milano due colossi si stagliano nella stessa stanza. Entrambi dittatori pur su podi molto diversi, entrambi con la mandibola squadrata e tesa. Il direttore d'orchestra Arturo Toscanini e il futuro Duce, Benito Mussolini. «Il Duce rimase seduto. Il Maestro in piedi. La cordialità di Mussolini si tramuta ben presto in ostilità. Passa alle minacce. Il Maestro non si siederà mai, scruta la testa del dittatore rimanendo immobile e impassibile». Funzionava così «La bacchetta di Toscanini», non si piegava a niente e a nessuno, se non alla melodia. Quella bacchetta, che in realtà non esiste perché il Maestro dirigerà sempre a mani nude, offre il titolo a un piccolo libro edito da www.male-edizioni.it nella collana «Personaggi» per questi 150 anni della nascita del Maestro. Il libro è scritto dal giornalista Fabrizio Rizzi.

Il breve trattato non parla della bacchetta di Toscanini, affronta con molta discrezione e rispetto persino il personaggio stesso, a cui Milano è molto legata, essendo sepolto al Cimitero Monumentale. Narra un giorno di vita, il 12 settembre 1926, del musicista, quando venne chiamato a condurre un «Falstaff» a Busseto per omaggiare Giuseppe Verdi. «La bacchetta di Toscanini» sembra invece un'indicazione per suggerire una stravagante verità storica: non ci furono altri direttori d'orchestra negli anni del fascismo, orchestra intesa come compagine di popolo, se non Arturo Toscanini che, sebbene si fosse iscritto al partito fascista in tempi in cui il movimento milanese era ancora in sacro sentore di socialismo, si oppose in seguito a tutte le richieste di colui che voleva essere un direttore d'orchestra in un'accezione molto più che politica, ma carismatica, Benito Mussolini, che in realtà non fu mai un vero leader proprio perché oscurato da due grandi artisti, amici tra l'altro, come si ricorda nel volume: Toscanini e Gabriele D'Annunzio.

È la musica di Arturo, (Parma, 25 marzo 1867 New York, 16 gennaio 1957), che non iniziò mai un concerto facendolo precedere da «Giovinezza, Giovinezza», neppure a Milano, a salire di volume in quegli anni quando la voce di Mussolini cercava invece un volume unico sul balcone di piazza Venezia. Ma Benito passò sempre in secondo piano sia nel cuore degli italiani che in quello delle persone di tutto il mondo, iniziando da geni come Albert Einstein, ammiratore di Arturo.

Così funziona «La bacchetta di Toscanini»: dirige una musica universale, allora come oggi. Perché si arriva a pensare a tutto questo leggendo le 58 pagine di Fabrizio Rizzi, che non a caso terminano con la parola: libertà? Perché esse sono per più della metà dedicate all'attentato al Duce, avvenuto proprio il 12 settembre 1926, in contemporanea con la messa in scena del «pancione» di Falstaff, attentato ad opera dell'anarchico Gino Lucetti. La musica di bombe e pistole, questo portò la politica di Benito Mussolini, scende impietosamente dal podio, dove invece sale l'armonia del Cigno e di quel direttore d'orchestra che dovette andarsene da Parma, dalla Scala e dall'Italia per vivere a New York, città da cui tornava in grandi traversate a base di vinsanto inviatogli dall'amico Gabriele D'Annunzio, ammirando l'Atlantico in tempesta.

Non vuole essere una biografia «La bacchetta di Toscanini», non vuole essere una composizione sinfonica sull'intramontato Maestro. E' una nota. Una nota continua, dolce, anche difficile da cogliere nel suo ascolto sonoro e sociale: nel Trentennio fascista l'Italia non perse mai la sua musica, né in politica né in arte, perché c'era «La bacchetta di Toscanini».