Gli spacciatori 2.0 ordinavano droga usando le «faccine»

A ogni simbolo corrispondeva uno stupefacente o una richiesta

«La costante più sbalorditiva e amara è che sono tutti così giovani...». Non si dà pace l'investigatore della questura di Milano. L'inchiesta «Sballo 2.0» dei colleghi del commissariato di Monza - che hanno lavorato insieme a quelli della squadra mobile di Milano, del reparto prevenzione crimine della Lombardia e degli uffici di Verbania, Bergamo, Desenzano del Garda e Lecco -, infatti, ha appena portato alla luce una rete di spacciatori minorenni, giovani e giovanissimi (gli arrestati sono 13, ma gli indagati a piede libero sono ben 61) tra i quali ci poteva tranquillamente essere suo figlio. «Vanno controllati parecchio questi ragazzi, soprattutto nell'uso che fanno dei social network - conclude l'ispettore ancora molto colpito -. Ma un genitore che lavora come fa?».

Già: come si impedisce che un figlio a cui nella vita non è mai mancato nulla diventi di nascosto uno spacciatore (o un assuntore costante) di marijuana, di cocaina o di qualche intruglio sintetico ancora più pericoloso e devastante come l'Lsd, l'ecstasy o la ketamina? Niente, visto che i figli scoperti dall'indagine della polizia con gli stupefacenti ci «giocavano» pure. Forse non immaginando che lo sballo li potesse portare alla morte, illudendosi che si trattasse di un passatempo piacevole che non crea, oltre a danni permanenti, anche una spaventosa dipendenza. Uno sballo da discoteca che aveva il suo linguaggio per adepti decisi a fare rifornimento attraverso chat di Skype, Viber e naturalmente su Whatsapp o su quelle dei social network come Facebook e Twitter. Dove gli spacciatori in erba e i loro clienti coetanei usavano gli emoticons , (o smiley , o smile , in italiano «faccina»), le riproduzioni stilizzate di quelle principali espressioni facciali umane che esprimono un'emozione (sorriso, broncio, ghigno, ecc.). Quasi volessero, oltre che celare, anche sdrammatizzare la gravità dei loro traffici. Così il cuore verde, il quadrifoglio o l'albero rappresentavano una dose di marijuana, la faccina col turbante significava hashish ed espressioni comunissime tra i giovani avevano, in realtà, significati commerciali: «andiamo a bere» stava per «acquistare ketamina liquida», mentre chi chiedeva «10 libri di scienze» in realtà voleva acquistare 10 grammi di marijuana.

Le indagini sono scattate nel gennaio 2014dopo il malore di una 14enne residente a Triuggio, vittima di un collasso dissociativo causato dall'assunzione di ketamina in una discoteca milanese. I ragazzi, infatti, nelle vicinanze delle discoteche, acquistavano droga «classica» ma anche sintetica poi mescolata con smisurate quantità di alcool.

Gli investigatori del commissariato di Monza hanno individuato il gruppo, di cui fanno parte anche minori residenti in Brianza, che smerciavano piccole quantità di droga acquistata da uno spacciatore di Milano. «A lui facevano riferimento tutti gli indagati e abbiamo stimato un giro d'affari per circa 1500 euro a settimana - hanno spiegato il dirigente di Monza Angelo Re e il procuratore aggiunto della Procura brianzola Luisa Zanetti -. Suddivisi in gruppi o singolarmente, tutti gli indagati erano in contatto e si scambiavano tipi di droga differenti secondo le necessità».