Giuseppe Graviano parla. È questo che può trarre in inganno. Perché siamo abituati a pensare che un boss che parla abbia cominciato a rompere con la mafia. Non è necessariamente così.
Graviano non è uno qualunque. È stato un sanguinario. Brancaccio era il suo territorio e Riina il suo riferimento. Ha partecipato alla stagione nella quale Cosa nostra decise di trasformare la violenza mafiosa in attacco allo Stato. Condannato per le stragi di Falcone e Borsellino (è stato lui a premere il pulsante in via D’Amelio), per le bombe del 1993, per l’omicidio di padre Pino Puglisi e come mandante anche per il sequestro e l’assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo: 779 giorni di prigionia prima che il bambino fosse strangolato e sciolto nell’acido. Questo è Graviano. E di questi delitti non si è pentito o scusato con i familiari delle vittime. Anzi, se ne è vantato con i suoi simili.
Da 32 anni in carcere, non ne hanno fatto un collaboratore di giustizia. Non ha scelto la strada di Gaspare Spatuzza, che era un suo killer e, decidendo di collaborare, ha affidato ai magistrati nomi, delitti, responsabilità e soprattutto sé stesso. Graviano parla, ma non compie il passo decisivo, non collabora, non consegna il proprio patrimonio di conoscenze alla giustizia, non offre prove e riscontri alle sue affermazioni. Non è reticenza. È strategia. E si mostra come chi pure in cella conserva questa capacità: riscrive il passato secondo la necessità del presente, ostenta disponibilità e poi arretra, apre una porta e subito la richiude. Si presenta come colui che potrebbe parlare, salvo porre condizioni, contestare accuse, scegliere ciò che gli altri possono sapere.
Si può dire che il boss ha una sensibilità politica. Non nel senso nobile della parola. Ha la sensibilità del mafioso per il potere, ne studia le debolezze, cerca le crepe, vi si incunea. Protagonista di un piano che ha sostituito la parola alle bombe, continua a muoversi dentro una visione mafiosa della realtà in cui ricostruisce e suggerisce. Il compito della giustizia resta quello di cercare la prova e il riscontro. Il carcere può togliergli la libertà. Più difficile è sottrargli il modo mafioso di esercitare il potere.
