Brexit, il nodo (e il bluff) sull'accordo di Natale

La Ue: Londra deve pagare di più per il divorzio. Macron avverte: «Gli inglesi fingono»

Pagare moneta, vedere cammello. È questo il senso del messaggio con cui in 90 secondi i leader europei hanno liquidato la premier inglese Theresa May, a Bruxelles nel tentativo di sbloccare i negoziati sulla Brexit durante il secondo giorno di Consiglio europeo. Alla fine restano ancora appese alla questione finanziaria - il cosiddetto divorce bill con cui Londra deve assolvere i suoi obblighi nei confronti della Ue - le chance che si trovi un'intesa sostenibile tra Unione Europea e Regno Unito prima dell'uscita definitiva di Londra dalla Ue prevista per il 29 marzo 2019. «Speriamo che entro dicembre avremo fatto abbastanza progressi per permettere alla seconda fase di iniziare», si è augurata Angela Merkel dopo il vertice in cui i leader europei hanno chiesto a Londra di assumere un impegno «fermo e concreto» per aumentare il conto del divorzio. «Devono essere fatti passi aggiuntivi», ha detto la Cancelliera, che pure si è mostrata ottimista. «Non ho nessun dubbio che possiamo ottenere un buon risultato», ha precisato, lasciando vestire al presidente francese Macron i panni del corvo: «Sul conto per la Brexit resta ancora da fare la metà del lavoro e i colloqui non potranno avanzare alla fase successiva».

Il tormentone è sempre lo stesso: se Londra non alzerà la cifra di 20 miliardi di euro (sborsandone fra i 60 e i 100) non si potrà procedere alla fase due, quella che più preme al Regno Unito, in cui si discuterà di un futuro accordo commerciale tra la Gran Bretagna e la Ue. E apre un dilemma più attuale che mai: sarà deal oppure no deal? Accordo sì o accordo no, con Londra che nel secondo caso farebbe saltare il banco delle trattative uscendo senza nulla in mano. In patria, la premier inglese viene tirata per la giacchetta dai più accaniti pro-Brexit, che le chiedono di rassegnarsi all'idea di abbandonare i negoziati con Bruxelles senza aver concordato alcunché. I Brexit moderati e i no-Brexit, invece, chiedono un'intesa ragionevole. E ad approfittare di questo tiro alla fune è intanto il leader dell'opposizione laburista Jeremy Corbyn, col vento in poppa nei sondaggi e non a caso accolto come un eroe, presentato come «il nuovo primo ministro di Gran Bretagna» al congresso dei leader socialisti in corso giovedì e ieri a Bruxelles. Corbyn ha spiegato che «un'uscita dall'Unione europea senza intesa sarebbe una catastrofe per l'industria». Ma l'opzione è stata definita ieri da Macron «un bluff», una finta per impaurire i vertici europei, per di più mai menzionata dalla premier May durante i negoziati.

Eppure il presunto bluff potrebbe aver già sortito i primi effetti. Sulla questione è intervenuto via Twitter il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker sostenendo di «odiare l'idea del no-deal». «Io voglio un accordo giusto» ha detto mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, facendo eco ad Angela Merkel, smorzava il pessimismo dei giorni scorsi e precisava che parlare di «stallo» nei negoziati è esagerato. A Bruxelles - è chiaro - non piace l'idea di un'uscita senza accordo. E questo spiegherebbe perché anche la cancelliera non ha sposato i toni foschi di Macron: ci sono «zero indicazioni» che la partita si chiuda senza accordo, ha detto. Smentita poco dopo dal ministro per la Brexit David Davis, che invece conferma: «Vogliamo l'intesa ma siamo pronti anche al no-deal».