I misteri di Soffiantini, l'imprenditore eroe che perdonò i carcerieri

Nel 1997 fu rapito e segregato per 237 giorni I lati oscuri, il militare infedele e la toga suicida

Li aveva perdonati prima ancora di venire liberato; nei mesi terribili passati in ostaggio, incatenato come un cane, pregava per loro. Giuseppe Soffiantini era fatto così, uno di quei cattoliconi che hanno fatto Brescia ricca e grande, la fede in Cristo radicata e profonda persino più della religione del lavoro: che è tutto dire. Nelle grinfie dell'Anonima sequestri passò 237 giorni, tra il giugno del 1997 e il febbraio 1998. Tornò senza due pezzi d'orecchio e con cinque miliardi in meno sul conto in banca: soldi fatti arrivare ai rapitori aggirando il blocco dei beni, nel marasma incredibile che segnò la gestione delle indagini da parte dello Stato, mai come in quella circostanza diviso e allo sbando. Una Caporetto investigativa il cui culmine fu il blitz che doveva bloccare la consegna del riscatto, e che si risolse invece nell'ammazzamento da parte dai suoi stessi colleghi dell'agente dei Nocs Samuele Donatoni. Ma quella tragedia fu preceduta, causata e seguita da un viluppo di fatti in cui ancora oggi è difficile distinguere tra l'insipienza e il torbido.

Soffiantini muore ieri, a 83 anni, nell'ospedale bresciano in cui era ricoverato da qualche giorno per i problemi di cuore: acciacchi che si portava appresso già nel 1997, quando i banditi lo andarono a prelevare nella sua villa di Manerbio, e che non gli impedirono di sopravvivere a otto mesi in condizioni bestiali, né di tornare per i vent'anni successivi al suo lavoro e alla sua famiglia. Fibra invidiabile. Ma forse c'entra anche il perdono che, come diceva lui, «rafforza chi lo concede». E lui lo aveva concesso così tanto e così in fretta che dopo avere incontrato in carcere Attilio Farina, uno dei capibanda, invece di costituirsi parte civile contro di lui ne pubblicò a proprie spese un libro di poesie.

Del lato oscuro del suo sequestro, dei pateracchi dello Stato, non si volle mai occupare, come se avere portato a casa la pelle fosse già soddisfazione sufficiente: certo, quando nove anni dopo incontrò in un bar di Manerbio il basista che lo aveva indicato ai rapitori, già tornato libero, manifestò comprensibile stupore, «solo in Italia succedono queste cose». Ma poi alzò le spalle, e tornò alla fabbrica di tessuti e ai nipotini.

Di domande avrebbe potuto farne tante. Va bene che erano anni terribili, un sequestro dopo l'altro: quando toccò a lui venire prelevato, l'Anonima aveva ancora in mano Silvia Melis, che tornò a casa solo dopo 265 giorni; e mentre lui era in ostaggio, a Milano venne portata via Alessandra Sgarella, che venne tenuta prigioniera per 266 giorni, non si riprese mai davvero, ed è morta sette anni fa. Ma la pressione feroce da parte delle bande criminali non basta a spiegare il disastro di quei giorni, con la Procura di Brescia e gli «specialisti» di polizia e carabinieri sempre più lontani, incomunicanti, spaccati sulle strategie. Non chiarisce come fu possibile che l'auto con Soffiantini e i rapitori venisse fermata a un posto di blocco e lasciata proseguire. Non spiega come un generale dei carabinieri, Francesco Delfino, riuscisse a farsi consegnare un miliardo dalla famiglia con la promessa di favorire il rilascio. Non racconta perché venne lasciata cadere la proposta dell'editore sardo Nicky Grauso, che spiegò di essere stato contattato dalla banda, e di poter garantire per la liberazione «a credito». Non dice quale peso avessero le verità nascoste sul sequestro Soffiantini nelle angosce che il giudice cagliaritano Luigi Lombardini si lasciò alle spalle l'11 agosto 1998, sparandosi in testa nel suo ufficio. Non aiuta a capire perché appena sette giorni dopo la liberazione, il fratello del «pentito» Agostino Mastio si gasò in auto insieme alla moglie e al figlio di appena sette anni.

Qualcosa forse potrebbe dirla il cervello della banda, Attilio Cubeddu: ma è latitante da vent'anni, e nessuno lo cerca più.