Migranti stuprati e ustionati: catturati cinque trafficanti

Torture eseguite da nigeriani agli ordini di un libico Una vittima: «Per punirmi mi hanno dato fuoo»

Sevizie, stupri, violenze d'ogni genere. I cinque trafficanti di vite umane, acciuffati tre dalla mobile di Agrigento, due da quella di Catania insieme alla la guardia di finanza, si erano confusi tra gli immigrati. Ma non l'hanno fatta franca. A inchiodarli le stesse vittime.

«È stato lui a uccidere mio fratello e ha anche usato violenza su di me», ha raccontato una migrante che ha trovato il coraggio di denunciare uno dei nigeriani sbarcati a Lampedusa il 16 aprile. Si tratta di Godwin Nndum, 42 anni, Bright Oghiator, 28 anni, e Goodness Uzor, 23 anni, arrestati dalla mobile di Agrigento, diretta da Giovanni Minardi, su disposizione della procura distrettuale antimafia di Palermo con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla tratta e al traffico di esseri umani, sequestro di persona a scopo di estorsione, violenza sessuale, omicidio e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Reati aggravati dalla transnazionalità, dalla disponibilità di armi, dal numero di associati superiore a dieci, dall'aver agito per futili motivi, dall'aver adoperato sevizie e agito con crudeltà, dall'aver cagionato la morte in conseguenza di altro reato.

I fermati erano carcerieri in un'ex base militare vicino Sabratah chiamata «Casa Bianca». È uno di quei luoghi in cui gli immigrati sono ammassati prima del viaggio via mare. A vigilare c'è sempre gente armata, che dispone della vita dei prigionieri. «Tali africani, armati di fucile e vestiti in abiti civili ha raccontato un testimone - erano spregiudicati. Picchiavano brutalmente e senza alcun motivo i migranti. Ho subito più volte le loro crudeltà. Una volta mi hanno legato le gambe e mi hanno picchiato ripetutamente con un bastone la pianta dei piedi, procurandomi profonde lesioni e una frattura, che mi ha impedito di camminare per 3 mesi». «In un'altra occasione - prosegue - un nigeriano, su ordine di un libico, mi ha versato benzina addosso. Poi mi hanno dato fuoco».

Gli immigrati raccontano che ai trafficanti interessa solo il denaro. «Mio fratello, al rifiuto di potersi lavare per via di un problema alla pelle, è stato vittima delle violenze patite da parte di un giovane africano, che ho poi rivisto all'interno di questo centro di accoglienza. Dopo tre giorni, il 1 novembre 2016, è morto per le ferite». Poi il racconto agghiacciante di come altri africani, membri di un'organizzazione criminale, hanno picchiato fino alla morte 5 uomini.

Anche uno dei due libici arrestati dalla Mobile di Catania, diretta da Antonio Salvago, e dalla finanza ha una responsabilità in un omicidio. Non è l'autore materiale, ma era con il trafficante che ha sparato a Osman Kellie, 21 anni, della Sierra Leone perché non gli aveva consegnato il cappellino da baseball. L'assassino ha fatto rientro in patria su un natante dopo che gli immigrati sono stati trasbordati sulla nave dei soccorritori, mentre il ventunenne Abouzid Nouredine Alhadi si era camuffato tra gli immigrati.

Ma sia lui che Hurun Gafar, 25 anni, non l'hanno fatta franca. A incastrarli non solo le testimonianze di alcuni immigrati, ma anche le immagini girate il 6 maggio da un velivolo di supporto alla motonave Phoenix della Ong Moas, che ha trasportato i migranti a Catania.

Il personale, infatti, ha deciso di collaborare con la procura di Catania, guidata da Carmelo Zuccaro, consegnando il materiale: «È la prima volta che accade», dice il pm che però non chiude la polemica: «Se è probabile- che se ci fosse stata un'unità militare operativa in mare, avremmo potuto arrestare tutti i trafficanti, compreso il libico che ha sparato e che è poi tornato a terra».