Russia e Ucraina ai ferri corti A Kiev è assalto all'ambasciata

Il Cremlino accusa: a bordo delle navi sequestrate c'erano uomini dei servizi. Poroshenko decreta la legge marziale

Rimane altissima la tensione tra Russia e Ucraina all'indomani dello scontro navale nello strategico stretto di Kerch che separa il Mar Nero dal Mare di Azov. Lo speronamento e la sparatoria conclusisi con il sequestro da parte russa di tre unità della Marina ucraina, condotte nel porto di Kerch con 23 marinai tre dei quali feriti, aggravano un clima che da cinque anni è pessimo tra i due Paesi: nel novembre 2013 infatti cominciarono le rivolte di piazza Maidan a Kiev contro il presidente filorusso Viktor Yanukovic, e da allora è stato un continuo degenerare, con il punto più acuto della crisi raggiunto con l'annessione della Crimea da parte della Russia nel marzo 2014.

Ed è proprio sul punto dolente della sovranità contesa sulla Crimea che anche questa crisi è esplosa. Mosca pretende che lo stretto di Kerch, dopo l'annessione seguita a un referendum organizzato dai russi che la comunità internazionale non ha mai riconosciuto, sia diventato un passaggio in acque territoriali russe. Per questo impone che le navi in transito verso i porti ucraini del Mare d'Azov, in primo luogo quello commercialmente strategico di Mariupol, chiedano l'autorizzazione alla Russia. La sovranità russa sulla Crimea però non è riconosciuta, oltre che ovviamente da Kiev, né dall'Europa né dagli Stati Uniti, con inevitabile ricaduta sulla posizione della Nato, che si è schierata apertamente con l'Ucraina.

Ieri i comunicati di Mosca e di Kiev sulla crisi dello stretto non hanno fatto che seguire in una rapida escalation verbale le rispettive dottrine sulla questione della Crimea. Il Cremlino ha parlato con toni drammatici di «violazione del confine russo», di «invasione da parte di navi militari ucraine con a bordo due ufficiali dell'intelligence ucraina e armi puntate contro le nostre navi» e di reazione russa «in base al diritto internazionale»: il sottinteso è «la Crimea è legittimamente parte della Russia». Da Kiev si replica ancor più teatralmente denunciando l'azione russa «non provocata e folle», mettendo in allerta l'esercito e instaurando la legge marziale: e qui il sottinteso è che la Crimea è occupata illegalmente da Mosca.

Al di là delle schermaglie politiche, che pure giustamente allarmano, la gravità di questo episodio sta soprattutto nel fatto che è la prima volta che la Russia attacca con le proprie forze armate, e non attraverso milizie «filorusse» come accade nel Donbass o con i famosi e presuntamente misteriosi «omini verdi» apparsi in Crimea nel marzo 2014, obiettivi militari ucraini. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha denunciato la «nuova fase dell'aggressione di Mosca», sottolineando che a suo avviso l'attacco alle navi ucraine «dimostra l'arrogante e aperta partecipazione di unità regolari di truppe russe» nel conflitto con l'Ucraina.

Lo stesso ministro degli Esteri russo Lavrov denuncia il rischio di «superare il punto di non ritorno», ma accusa Kiev di voler provocare un conflitto, contando sul sostegno degli alleati occidentali: a questi ha chiesto di intervenire per «dare una calmata agli ucraini e far cessare le loro provocazioni». Al tempo stesso, però, il capo della diplomazia russa lancia una minaccia: la dichiarazione di legge marziale in Ucraina potrebbe «peggiorare la situazione nel Donbass», dove continua un conflitto a bassa intensità.

A Kiev, in effetti, il clima è incandescente. Già la notte scorsa, appena diffusa la notizia dello scontro navale, una folla di manifestanti nazionalisti ha preso d'assalto con pietre e fumogeni la sede della rappresentanza diplomatica russa, e alcuni dei più facinorosi hanno incendiato un'auto dell'ambasciata. Anche in altre città dell'Ucraina, come Leopoli e Odessa, giovani nazionalisti hanno manifestato davanti ai consolati russi, bruciando pneumatici e lanciando petardi.

Nelle ultime ore la tensione non sembra ridursi nonostante Mosca abbia annunciato la riapertura dello stretto di Kerch. La parola è alla diplomazia, sperando che la situazione non sfugga di mano.