Ma scoprire il finale toglie gusto a tutto il nostro film

Quest'oroscopo genetico, non mi convince. Anzi mi turba. Leggo ogni tanto l'oroscopo astrologico, ma solo perché non ci credo. Lo faccio per divertirmi, per stupirmi della creatività umana.

Alla scienza, invece, darei la massima fiducia e così ne diverrei prigioniera. Con la mappa ragionata del mio Dna, se bene ho capito, potrei leggere ipotesi e tesi del mio futuro, come la vita fosse già scritta; ed eventualmente riscriverla, correggendola. Il libero arbitrio andrebbe però a quel paese e, per evitare o allontanare la morte, dovrei sottopormi a una categorica serie di regole comportamentali e alimentari. Come se non bastassero quelle che già un'esistenza civile ci impone e il cui fascino è essenzialmente nel poterle trasgredire.
La scienza del benessere ci ha insegnato a mangiare in un certo modo, evitando, per quanto possibile, grassi e cibi conservati per privilegiare frutta e verdura.

Chiunque ormai sa che il movimento fisico sistematico, per una mezz'oretta al giorno, migliora e allunga la vita.
Tutti, però, ne sono certa, godiamo maliziosamente nel restare a letto quella mezz'ora in più per barare ogni tanto e regalarci la «non corsa» del mattino. Per non dire la gioia di un piatto di triglie fritte o di una fiorentina col suo grasso colante a abbrustolito.

Non oso neppure immaginare l'angoscia nell'addentare un panino con la mortadella, qualora la mia diagnosi di vita, con la lungimiranza dell'esame del Dna, prevedesse grossi rischi nell'aumento del colesterolo: se resta basso vivi fino a 80 anni ma, se si alza, a 60 puoi salutare tutti. E il panino gravido di sapori? Sembra niente un panino, magari incide per pochi giorni sull'esistenza, ma a volte un mese in più può servire a sistemare meglio cose e persone. Quindi addio panino se il Dna lo impone.
La certezza che la vita debba ruotare attorno alla doppia elica del Dna, senza mai dimenticare di onorarne le caratteristiche specifiche, le esigenze imperiose, i bisogni alimentari dichiarati è, secondo me, una tortura.

Chi potrebbe mai lasciarsi andare a innamoramenti passionali, se consapevole di avere un cuore fragile? Chi coltiverebbe progetti, sogni e illusioni sapendo di essere destinato a morire giovane? Che fine farebbero la tenacia, la pazienza, la curiosità, l'ottimismo? La speranza?
Conoscere in anticipo la cartina geografica della nostra vita, potrebbe anche significare non voler viaggiare per nulla.

Un po' come quando vedi dovunque gli spoiler di un film attesissimo e poi, quando assisti alla proiezione non ti entusiasmi, perché hai perso l'effetto sorpresa. In seguito ti può capitare di non voler più andare al cinema del tutto o di evitare come la peste le anticipazioni.

Che dobbiamo morire è l'unica certezza indiscutibile; sul quando e sul come ci sono voragini di timori e aspettative che ognuno deve potersi vivere un po' come vuole: affidandosi alla fede, al fato, a poche regole e qualche medicina, per esempio.

Ma c'è chi può preferire la descrizione analitica della propria cellula e verificarne con puntiglio la possibile, probabile ma non certa evoluzione, e anche la disposizione alle più svariate patologie, dal cancro all'Alzheimer, dall'infarto al diabete. Regolamentare di conseguenza ogni proprio gesto e segno di vita per evitare ambienti, situazioni e cibi che favoriscano l'apparire di una qualsiasi malattia. Quel signore, magari, arriva a settant'anni con la vita computerizzata e le analisi del sangue simili a quelle di un adolescente, esce da casa un mattino e muore colpito da un vaso di fiori precipitatogli sulla testa.

Senza aver mai fumato, fatto sesso, bevuto alcolici e mangiato zuccherosa panna montata.

Che vita sarebbe questa?